Notti notturne

domenica 6 maggio 2012

Frontman-urban-system K@Haring

I "Radiant

babies" di Haring

di Matteo Tassinari

E’ il 1980. Metropolitana di New York, con 486 stazioni operative e i suoi 370 chilometri di tracciato. Milioni di passeggeri, clochard e tutto il consorzio umano che popola le "metro" di tutto il mondo. Rotaie di ferrovie sotterranee. Muri e treni colorati da Graffiti Creator e Design Hoppers. Intonaci blu, verdi con figure arcane, audaci, surreali, i writing non si fanno certo scappare questi squallidi spazi urbani da riempire con l'euforia del colore. Ogni writer, qualsiasi sia la sua inclinazione e provenienza, ricerca e studia un'evoluzione personale, per arrivare ad uno stile proprio in modo tale da distinguersi dagli altri.
NY GraFFiti ArTist For HiRe
Spray, gessetti, solventi 

Un giovane occhialuto e dinoccolato e un basco grigio in testa, disegna con un gessetto bianco, vecchi pannelli e setole lift o right che ricoprono vecchi manifesti pubblicitari. E di li parte con figure di uomini contenti, lo si capisce dalle radiazioni che emanano, sono gli uomini radianti di Keith Haring. La gente lo guarda stupita dalla velocità dell'esecuzione artistica di quel giovane armato di bombolette spray fino ai denti e garze assorbenti per le sfumature.
Aveva capito già tutto

Deve finire in fretta, prima che arrivi la polizia, ma spesso non riesce a scappare in tempo, così sono ore di comando per poi uscire all'alba del giorno dopo solo per colorare pezzi di cemento grigi e segnati dall'incuria umana e temporale. Ha passato molte notti in numerosi distretti di polizia. Ha preso molte botte. Ma ha disegnato anche molti dischi volanti, bambini che camminano a carponi, cani a sei zampe, il volto di un topolino, cingolati stilizzati, sottomarini in mari d'acqua rossa, alberi caduti dal cielo, virgole in produzione spray, una creatività murales che partiva dall'osservazione continua di come il nostro ambiente prendeva le pieghe che gli si dava con la propria fantasia. "Il movimento dell'immancanza", con la Philosophy della Pop Art.
Keith Haring insieme ad Andy Warhol
"Se non prenderò l’Aids io non lo prenderà nessuno” 
Questi, sono i segni che compongono la "geroglificità" di Keith Haring, l’artista americano ucciso dall’Aids a 32 anni. Lui stesso ammise di essersi divertito molto nella sua vita, ma anche di aver “vissuto a New York negli anni del culmine della promiscuità sessuale. Se non prenderò l’Aids io, non la prenderà nessuno” disse in occasione dell’apertura del suo Pop Shop a Tokyo.
Purtroppo aveva ragione e pochi mesi dopo dichiarò di aver contratto l’Aids e fondò la Keith Haring Foundation a favore dei bambini affetti dal virus dell’Hiv. Oggi si trovano moltissimi gadget con i disegni di Keith Haring (ovviamente riproduzioni a basso costo). “Quand’ero piccolo pensavo che sarei morto giovane. Così ho praticamente vissuto come se me lo aspettassi. Ora lo so. Ho fatto tutto quello che volevo. Lo sto ancora facendo”. (Keith Haring). È il 1989 e un anno dopo, il 16 febbraio del 1990 si congeda dal mondo.
 


Figure infantili X
un nuovo linguaggio



 La     tela m’inibisce
La sua storia inizia nell’America borghese della Pennsylvania, l’indole timida di un nerd dell’epoca, influenzata da Beatles, Led Zeppelin e dai fumetti che il padre gli passava. Le mostre metropolitane, le pareti delle nostre città, gli ospedali, sono state le sue tele “La tela come materiale in sé è meravigliosa. È robusta, può essere venduta e in un certo senso è duratura. Ma m'inibisce" diceva Keith. L’inibizione nei confronti di un tempo e di uno spazio che non era mai riuscito a fare propri fino in fondo e che lo hanno portato a manifestare le sue idee per mezzo di figure stilizzate, infantili, primordiali e con esse la creazione inconsapevole di un nuovo linguaggio urbano. Questo è stato Keith Haring, riferimento di ogni graffittaro dell'urban system metropolitan museum of road.
School of Visual Arts
of New York
Destinato a diventare uno dei maggiori esponenti e rappresentativi della corrente neo-pop, Haring nasce in Pennsylvania nel 1958. Inizia a lavorare per le strade di New York negli anni ottanta, quando l’espansione e la passione per l'arte contemporanea trova il suo apice. Figlio della cultura di strada, parto felice della cosiddetta Street Art Newyorker, prima della sua consacrazione all'interno del mondo “ufficiale” dell’arte mondiale. Nel 1978 entra alla , diventando noto nei primi anni '80 con i Murales realizzati nelle metropolitane e, più tardi, con i lavori esposti qua e là, fra Club e assembramenti di vario genere e vernissage più o meno improvvisati inzuppati d'alcol e coca.
 Tributo a Keith Haring

Finestra

sull'    immaginario

Il significato della storia artistica di Haring, si snoda nell'offrire finestre sull’immaginario personale e collettivo. Personaggi e paesaggi arrivati dal sogno, così affascinanti che alcuni collezionisti li hanno strappati a mani nude e rubati, notte-tempo, dai metrò o dalla Suburbia delle periferie del mondo, Londa, Berlino, New York, Mosca, Los Angeles. Viaggiatore esistenziale ed artistico, Haring, trova le sue radici artistiche proprio nel surrealismo europeo.


*Post on line*

Una mia amica, mi ha ricordato che di Keith Haring c'è traccia, eccome, anche in Italia. Nel muro della stazione "Leopolda" di Pisa, decine di artisti italiani, ricordarono Keith disegnando un Murales che riporto qui sotto linkatomi da Amelya. Da ricordare, inoltre, che Keith Haring scelse Pisa per disegnare nel 1989 "Tuttomondo", opera di 180 metri quadrati e ultimo capolavoro prima della sua morte. Per questo Pisa lo ricorda e ringrazia il più talentuoso graffettista.
Il Murales disegnato da numerosi artisti a Pisa dedicato a Keith Haring
Riconoscibile
ovunque
L’intreccio fra sessualità e macchine, evidenziano un aspetto della più vasta tematica del repertorio di Haring, e intuisce come la Tv e il computer, s’intrecceranno fra esseri umani come quasi fossero diventati un prolungamento della nostra vita quotidiana. E’ una visione apocalittica che vede l’individuo, come vittima delle macchine. Lo accoglie, ti pareva, sotto la sua ala protettiva Andy Warhol, il guru della Pop Art. Haring viene introdotto così e forse rovinato per un breve periodo a fenomeno di massa, come voleva il mecenate dai capelli grigi a caschetto stile spaghetti e di origini slovacche, nel mondo della Pop Art di New York.
Conosce gli esponenti più singolari del graffittismo di frontiera, le linee di demarcazione, emergendo dalla scena artistica newyorkese durante il boom del mercato dell'arte dei primissimi anni ’80, avvicinato da artisti del livello di Michel Basquiat, Richard Hambleton, Julian Schnabel e Barbara Kruger. Anche Google, a 54 anni dalla sua nascita, lo celebra con un caratteristico doodle, per ricordare uno degli artisti più originali e interessanti del ‘900. Il ragazzo gracile e occhialuto diventa una star.
Attraversa l’Oceano con linee aeree e inizia a colorare i muri d’Europa, chiunque lo chiami. Espone alla Biennale di Venezia, dipinge un pezzo del Muro di Berlino, collabora con i più grandi nomi della moda e del design. Sbarca per due volte anche in Italia: decora le pareti del negozio Fiorucci a Milano, e poi dipinge un murale permanente sull'esterno della chiesa di Sant'Antonio a Pisa, realizzando il sogno di lasciare una sua opera in una città d’arte italiana. Porta i suoi murales in tutto il mondo colorando i muri di Tokio, Sidney, Melbourne e Rio de Janeiro. Apre anche una serie di negozi in cui vende t-shirt, calamite, poster con i suoi quadri.
Radiant Babies

Nel 1982 allestisce la prima mostra personale, a cui seguono una serie di successi internazionali. Partecipa a prestigiose mostre collettive e alla fine del 1983 allestisce personali nei punti nevralgici della Pop-Art. Qui intraprende un viaggio nella scultura, costruisce totem che ricordano gli antichi rituali degli indiani, ma ricordano sempre il diritto al disordine e al caos. Occupa inoltre un palazzo in Times Square realizzando la mostra Times Square Show.

Nel 1985 decide di riprendere la sua attività di grafettista all’aperto, attraverso la realizzazione di Murales come nella tradizione messicana, un ritorno alle origini di ciò che consacrò il suo successo. Fino ad una pittura con soggetti politici, religiosi o etnici. Dipinge nel centro di Manhattan shop Central, un muro lungo 15 metri alto 2, un plot semiotico contro il Crack, la droga che uccide in 3 o 4 mesi, intitolato dall'artista stesso semplicemente: “Crack is wack”, tradotto, “Il crack è una porcheria”. A partire da queste operazioni legate alla cronaca, Haring, adotta il metodo "Murales" per denunciare la seduzione del male e sottolineare il suo impegno personale nel sociale. Da qui inizia ad essere tempestato di commende di lavoro per amministrazioni comunali come Boston e San Francisco. Parallela alla produzione dei Murales viaggia anche il pittore, sesso e visionarietà ricordano i dipinti di Hieronymus Bosch.
Secondo Stephane Cosman Connery, noto e temuto gallerista di New York ma nelle mani di Christie, società americana internazionale che offre aste d'arte nata nel 1766 e acerrima, quanto spregiudicata rivale del suo equivalente europeo, la casa d'asta londinese Sothebys. Era un artista nel senso pieno del termine, figlio della cultura dei fumetti ma anche di quella dei Maya e delle civiltà precolombiane, dei pittogrammi giapponesi e di Picasso, di cui assorbe la rivoluzionaria lezione grafica. Oggi quasi tutti riconoscono il tratto di Keith, pochi sanno che, come il flash di una Canon32, Haring ha impresso lo stato dell’arte. Robert Hughes ha visto purtroppo avverarsi la sua profezia. Ma ignorando l’artista ha commesso l’imperdonabile errore di non capire di avere davanti un eccezionale testimone del suo tempo, il cantastorie di una dramma che ha sbranato una genia intera, tra aids, droga e alcol. Un battitore libero di grande livello che non deve mica piacere a tutti. L’importante è che ci aiuti, anche con un semplice segno, a capire ciò che ci gravita attorno. Keith Haring, il bambino radioso, l'ha fatto.
Cani latranti

Nel 1986
apre il primo
Pop shop personal a New York, dove il pubblico può acquistare gadget e guardare l'artista al lavoro e comprare produzioni dell'artista quotatissimo già da vivo, cosa che accade, come saprete, raramente, soprattutto con gli artisti nati e arrivati dalla strada, come l'amico Basquiat ennesima riprova del colpo di genio.
L’artista contribuisce con tutta la sua energia, la sua sincerità e la più grande modestia, per  scartare durante il lavoro i vecchi cliché che gli vengono facilmente sotto mano e possono soffocare il fiorellino che, già di per sé, non viene mai così come lo si attende. Ormai giunto all’apice del successo, nel 1986, in un’intervista al Rolling Stone American dice pubblicamente di essere in stato di Aids conclamato. Morirà due anni dopo, all’età di trentadue anni il 16 febbraio 1990. I suoi "Radiant babies" (meglio conosciuti come gli omini che irradiano) e i "Barkings dogs" (cani che latrano), immersi in un flusso grafico che ha dato vita a un linguaggio visuale inedito e inconfondibile, e che colorano tutt’oggi spazi ad alto contenuto artistico e pubblico in molte città del mondo, Londra, Mosca, Berlino, New York.

Le opere di Haring
rappresentano un pezzo di storia: la colorata e frenetica America degli anni ‘70-‘80, a cui tutto il mondo guardava con ammirazione. Con lui l'arte esce dalle gallerie e invade la strada, come mai era successo prima. Egli era molto più di un bravo writer o un fantasioso decoratore. Nelle caverne della metropolitana di New York alla fine degli Anni 70 la gente impazziva per i suoi omini senza sapere chi li facesse. Haring è un "maestro Manzi" dell'underground.

Il Peter Pan dell’arte
Era un artista nel senso pieno del termine, figlio della cultura dei fumetti ma anche di quella dei Maya e delle civiltà precolombiane, dei pittogrammi giapponesi e di Picasso, di cui assorbe la rivoluzionaria lezione grafica. Che poi, al posto di tela e pennello, utilizzasse le bombolette spray e tutto il materiale utile e le pareti dei palazzi poco importa. Come un Peter Pan dell’arte, la sua è una scelta di leggerezza, un disimpegno rispetto alla tradizione nobile dell'arte, che consente alle sue immagini "di essere comunicative in modo universale".
"L'arte è     di tutti"
Opere d'arti per il gusto di chi ha fame d'immagini: “Mi è sempre più chiaro che l'arte non è un'attività elitaria riservata all'apprezzamento di pochi. L'arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare”. (Keith Haring)
Crack is    Wack
Nelle opere di Haring, infatti, non troviamo solo omini pop che sembrano muoversi e danzare, ma anche messaggi precisi contro i problemi che in quei fervidi anni Ottanta colpivano le generazioni di tutto il mondo: droga, AIDS e omosessualità vissuta in modo sbagliato. Ricordo, tra i suoi graffiti più conosciuti: i bambini che si prendono per mano sul muro di berlino e la scritta "Crack is Wack" su una parete sulla East Harlem Drive, nel quartiere di Harlem, dove la droga rappresentava una vera e propria piaga. Dove la prostituzione anche minorile regna sovrana e l'aids ammazza al passo della mattanza. Nelle opere di Haring, chi riesce a vedere i malesseri di questi anni così banali, come gli anni '80, coglie il segno della suo messaggio. 

sabato 28 aprile 2012

Parlami di Sic il Beat

    Il      beatnik
      di      Coriano
di Matteo Tassinari

Dal Beatnik di Coriano, mi distanziavano appena 14 chilometri. Vivevo a Rimini, lui a Coriano, nato a Cattolica. In Malesia, a Sepang, con 24 primavere addosso, Sic sgasò per l'ultima volta, o forse lo tolse del tutto il gas, proprio davanti all'amico Valentino, nato a Tavullia, ad un tiro di schioppo da Coriano. Rimase attaccato alla moto che aveva preso tutt'altra direzione rispetto a quella che Sic avrebbe voluto dargli. Poi, immancabile, è arrivata l'ondata emotiva ed eccitata del solito cicaleccio sportivo, sempre pronto a piangere a comando, ma solo in caso di morte. Sono nato nella terra del triangolo magico per i ragazzini che lungo la litorale adriatica si affrontano anche tutto il giorno per divertimento o per gare vere e proprie. Romagna, terra di sognatori, dice Lucio Dalla in "Ayrton", la canzone stupenda dedicata al pilota di Formula 1 Senna, sulla quale regnano ancora dei dubbi sulle sue dinamiche.


Libertà e passione

"Tutte cazzate" avrebbe detto Sic alzando le spalle e sorridendo come solo noi romagnoli sappiamo sorridere delle cazzate. Qui, in Romagna, dove i motori sono vita, libertà e passione, si corre sin da piccoli sui Go-Kart o sui mini due ruote e non sarà certo il linguaggio di un giornale (?) a cambiare la sostanza, con le sue trovate Cool, anche se vorrei scriverlo in romagnolo, mi divertirebbe, ma diventerei volgare. E noi romagnoli siamo nobili, signori raffinati e dai modi di fare snob se non aristocratici, tutto meno che volgari. Puttana vacca troia, come devono finire certe cose, proprio  il tuo amico del cuore Valentino ti ha travolto, che ai box non riusciva a capacitarsi all'accaduto e non riusciva a capire dove buttare gli occhi, lo sguardo, il volto. Era perso e domandava ai meccanici come è avvenuto tutto ciò. Ma anche loro avevano poche risposte. Cut vegna un culpazz!  
Sepang, 18 ottobre. Oggi pomeriggio tutto il Paddock della MotoGp è andato in “pellegrinaggio” (così lo ha definito Valentino Rossi) alla curva 11, dove è stata deposta una targa per onorare la memoria di Sic
        Sentirsi      campione
                del     mondo
Andate sulla statale dalle parti di Cervia, Milano Marittima, lido Di Savio e notate quanti bambini al seguito dei propri genitori, spesso piloti pure loro, si danno la "paga" su motori a noleggio in circuiti organizzatissimi per ogni fatalità. Infatti sono molti gli incidenti che avvengono in questi circuiti nascosti solitamente dagli alberi che questa regione ha saputo conservare, ma che io sappia sulle piste romagnole dei baby-motor, nessuno è mai morto. Ma il circuito, non quello dove corrono le moto, ma quello che fa girare il busyness, a Sepang per intenderci, tutta questa armonia antropologica e endemica, viene brutalmente sostituita con ingenti interessi e testimonial d'eccellenza per somme da capogiro. Ma Sic non poteva e non voleva rimanere stretto alla sua terra che rimaneva comunque la sua base. Voleva raggiungere il gradino più alto. E c'arrivò, gustando la paura della solitudine di chi si sente chiamare campione a 20 anni o poco più. Chissà che effetto fa leggere sui giornali del globo che sei un campione del mondo. E' uno strano e feroce tragitto quello da compiere con quelle belve pronte a bere del C7H6O2 acido benzoico.

"Putenza, sla tira"
Sulla Litorale Adriatica, da Ravenna a Pesaro (una striscia d'asfalto lunga 70 km) sono sparsi decine di centri e scuole di motociclismo, "Mini Go-Go" o "Fox go karts than for ever before", oltre a tanti trans sud-americani e italiani, dove si svolgono i Campionati locali, regionali e nazionali. Dove ad ogni ora del giorno fino a notte fonda, vedi adolescenti sfidarsi per il gusto dell'affermazione personale (non si corre mica per perdere, Dio santo!) e del confrontarsi fra amici d'infanzia. Marco inizia a 6 anni inizia a correre e a vincere sulle mini-moto di Cattolica e ha già deciso: "Da grande voglio fare il pilota. Da bimbo avevo questo sogno qua, sognavo di correre e vincere quelle gare di Motomondiale che guardavo la domenica in televisione con mio babbo". Capisce che quelle due manopole sagomate, sono le sue protesi meccaniche che lo lanciano in aria a viaggiare ai 100 km su una gomma, "Dio bo' se viaggiamo!" ripeteva. Capisce che la scaltrezza e l'istinto sono anche poesia in velocità e che la fortuna farà il resto. Non sempre, poi capisci, inutile aggiungere altro, perché se il sogno non era più tale, s'era materializzato tutto quello che desiderava. Troppo prepotente, assolutistico, incontenibile, tanta era l'imponenza di 18 anni vissuti per la 500. Disse Valentino: "Il Sic per me era come un fratello minore, tanto duro in pista quanto dolce nella vita".
La vita di Sic    
"Da bambino avevo questo sogno qua"
Ma non è solo questione di troppa generosità o sfiga o di chi piscia più lontano. Svettare su quella che poi diventerà la sua 500 Honda, era l'obiettivo di Sic. E ce l'ha fatta. "Risparmiavamo i soldi del gelato per poter fare un paio di giri in più in pista" ricorda ancora nelle interviste quando divenne personaggio. Solitamente la generosità è vincente. E Sic, senza timore di retorica, lo era tutt'e due, generoso e vincente. Sapevo, facendo il giornalista di questa carriera da grande di questo "bambino" che stava scalando le cime più alte dei Fast & Furios a 2 ruote che non cedono neanche alle leggi di gravità per continuare come tigri ad andare procedere anche quando è naturale cadere, a rischio di lasciarci l'esistenza.
                                         
      La CARTOLA
La "Cartola", personalità in slang romagnolo, di Marco, quello col capello selvaggio e nemico del pettine (come non capirlo, sono decenni che non mi pettino) dieci collane tra cui quella col segno della Pace. Style da vero Beatnik del famoso distretto di Haight-Ashbury di San Francisco, per prendere le strade impervie dei circuiti. Sic non confondeva mai l’impossibile con l’insolito, la sua visuale era molto più ampia e alternativa. Per lui la fine non esiste. Ma perché, pensate che la poesia sia così diversa da Sic? Che l'arte e la follia delle due ruote a velocità aberrante, non sia collegata ad innesti di incantesimo e leggerezza? Marco era così, folle, ingenuo, leggero e dirompente d'umanità. Certo è che a nessuno sfuggiva quell'impenitente che come suo padre, ricalca alla perfezione i tratti classici di quelli che abitano tra il mare e la pianura, appunto il perimetro magico di cui sopra.
 l'è propri andè
Mah! Trema d'emozione la chiesetta di Coriano quando il vescovo Francesco Lambiasi, conclude l'addio da questa terra, da questa terra di sognatori: "La mattina prima della gara hai detto che desideravi vincere il Gran Premio Marco per salire sul gradino più alto del podio dove tutti potessero vederti. Ora ci addolora non vederti Marco, inutile far finta di nulla, ma ci riempie di pace sapere che ci guardi dal podio più alto che ci sia". E qualcuno dalla folla borbottò: "Diobbò, l'ha propri razon e vescuv sta volta: l'è propri partì e mei ad nui etar" che tradotto dal dialetto romagnolo significa: "Questa volta il vescovo ha proprio ragione, è partito il migliore di noi altri". Il silenzio s'abbatté su 25mila persone.
Tributo a Marco, angelo che vola in Paradiso


A presto Sic!


Le lacrime scendono. Il magone sembra non voler lasciare la gola dei volontari, degli amici, dei piloti, della gente accorsa per un saluto. Il mondo delle moto, giacche di pelle, occhiali scuri anche se piove e sguardi repentini, d'intesa, composti, calorosi, sinceri nel salutare quel ragazzo col cerotto sul naso.  Una moltitudine torma di un branco rimasto senza fiato quel 23 ottobre, nel vedere attonito tuo babbo che con un 50ino preso al volo ti voleva raggiungere, forse per darti un bacio da vivo, oppure per incrociare lo sguardo di suo figlio o per trovarlo morto. Lui cercò di fare qualcosa, non poteva stare fermo, sentiva l'assenza assoluta avvicinarsi troppo ferocemente, una tigre che graffiava troppo a fondo. Non so come si chiami quell'uomo baffuto anche lui amante dei motori, e non importa. Se dovesse leggere mai queste parole, e non farò nulla affinché lui le legga, sappia che da sempre Marco ha "quadrato il cerchio", e fuck Sepang!

Un Angelo bellissimo 
Due ragazzi del borgo 

Si due ragazzi del borgo, cresciuti troppo in fretta, cantava Francesco De Gregori, ricordando la storia di Sante e Girardengo. Chissà cosa scriverebbe oggi per una storia ancor più tragica. Due ragazzi,  radici in comune, un solo amore: la bagarre. Un tempo li ricamavano "piloti pane e salame", con quei pazzi che arrivano in pista con una moto assurda con dentro 270 cavalli, su un carrello. Sarò banale e ingiusto e retorico, ma nella testa continua a passare un "perché"? 

sabato 21 aprile 2012

Magnolia

9 vite per 9 storie
alle prese con il passato     che non passa 

Apocalittici
e         Vincenti
        di Matteo Tassinari
Per quanto   un film si sforzi ad essere il più possibile credibile, Paul Thomas Anderson ha dimostrato, col suo "Magnolia", come la realtà venga superata dalla finzione proprio là, nel suo stesso territorio: la realtà. Magnolia, è uno di quei capolavori che prima di morire bisogna aver visto, altrimenti si muore più poveri. L'equazione è di una chiarezza disarmante su cui poggia l'intelaiatura del movie. "Noi possiamo chiudere col passato, ma il passato non chiuderà mai con noi". Così recita l'estrema sintesi, il punto dove batte il plesso solare manipura, il punto che accomuna i nove personaggi inventati da chi viene considerato il nuovo Robert Altman, fatto che lusinga il giovane Anderson, ma nel suo stile registico, non c'è spazio per altri autori, anche se "pluridecorati" come Altman.
Il  passato    non
passerà
Miscellanea di Magnolia
 L'ideatore    di
questo dedalo di vite che s'intersecano l'una con l'altra, vuole essere riconosciuto come un nuovo regista che col suo cinema si affaccia sulla scena mondiale della settima arte. "Noi possiamo chiudere col passato, ma il passato non chiuderà mai con noi". Una frase che imbastisce la miserabile epopea di uno spaccato della profonda America, con tutta le sue inquietudini, angosce, tristezze, bassezze, solidarietà, ipocrisie, tristezze e umanità.
La clip, appena sotto queste righe, è molto calzante all'atmosfera che gravita intorno a Magnolia. Come un fil rouge la frase assume un aspetto sinistro e apocalittico, a dimostrazione che la finzione non fa altro che ripetere la realtà com'è vero il suo contrario, senza capire chi delle due è primaria sull'altra. Ormai dovremmo essere persuasi e vaccinati da questa complicità tra finzione e realtà a cui, gioco-forza, sottostanno senza scelta tutte le pedine del movie, stanando il senso di colpa, il rimorso, l'inadeguatezza alla vita che avanza nelle rinunce legate alla vecchiaia, alla malattia, ad esperienze traumatiche che fendono l'anima. O fatti apparentemente banali e che possono capitare a chiunque, dovunque e straziare attraverso la legge del caos.


9 vicende, 1 destino
Spiegare "Magnolia", è come mettere Geronimo alla guida di una locomotiva a vapore. Si prova un certo senso d'incertezza, di perplessità, indugi per la vastità dei temi profondi raccolti nella pellicola. E' come parlare di un insieme di contributi artistici che fanno di "Magnolia" qualcosa di unico e di troppo vasto, difficile da rendere in tutta la sua rappresentazione esplosiva e contagiosa, illusoria eppure realisticamente integra.
Un passato che non passa
Nove storie  per nove vite alle prese tutte con il loro passato e il futuro in manette. Nove trame che sembrano scollegate fra loro, ma che scavando nel passato o aspettando il futuro, prima o poi diverranno un'insieme, un puzzle di peripezie e traversie. Tutto ruota attorno ad una malato di cancro, Jason Robards, imprenditore televisivo e ideatore di un famoso programma: "What do kids know", un giovane maschilista conduttore del programma "seduci e distruggi", la 2° moglie di Earl, Philip Seymor Hoffman l'infermiere, Stanley Spector il bambino prodigio, la cocainomane Melora Waters, Jhon C. Reilly, un onesto poliziotto dedito al suo mestiere.
Il Cast stellare di Magnolia in versione fumetto
Il sopravvento
del      passato
William H. Macy gay con problemi ai denti. Paul Thomas Anderson, spinge a tavoletta il termometro emozionale di ogni linea narrativa per ogni personaggio, ma dimostra di saper governare benissimo il suo cast, tanto da riuscire ad avvicinare ogni burattino come se fosse di carne ed ossa, contrastando il cinismo del Caso con l'arma della compassione. Solo alcune di queste storie sembrano collegate, ma la casualità della vita e il suo passato, prenderanno il sopravvento in tutte le forme. Col proseguire del film, le trame iniziano a intrecciarsi come un Pitone reticolato, lentissimamente, mangia e digerisce in contemporanea un vitello. Il video spiega con grande mano d'ascia, l'evoluzione del film, come dedica sensibile attenzione allo svolgimento dei drammi singoli in un complesso composto da nove vite, nove destini. 
Da vedere. Tutti i protagonisti di Magnolia,
con Aimee Mann che canta fuori campo
          
"Noi possiamo chiudere con il passato,
ma è lui che non chiuderà mai con noi"



American        Magnolia
La monumentale pellicola di Anderson, è la vita casuale secondo il giovane regista, proprio come "American Beauty" è la vita secondo Sam Mendes. Tutto è collegato perché tutto capita per caso, sembrano dirci questi due capolavori per gli amanti dell'immagine, come quando l'anchorman David Frost, per la regia di Ron Howard, inchiodò Nixon davanti al popolo americano costringendolo a scusarsi per le omissioni e gli abusi di potere da lui commessi. Una catarsi.
La crisi valoriale
nella società americana con pluri-argomentazioni. "Magnolia" insiste su pochi temi personali (il passato, la casualità della vita, la compassione, la fedeltà, l'accettazione di se stessi) proponendoli con grande forza d'impeto. Un'altra importante differenza è rappresentata dalla colonna sonora del film di Anderson, suonata all'80% dalla voce calda di Aimèe Mann, alla chitarra su marito. Per gli amanti del genere, una Joni Mitchell del 3 millennio con varianti simili e tonalità delicate come un quadro caduto in disuso. 
Melora Waters, cocainomane violentata dal padre


Piovono rane dal       cielo 
Non sembra    esservi via di fuga dalla tristezza che qui è conseguenza diretta del ricordo, quando arriva una tanto improvvisa quanto risolutiva pioggia di rane, fatto "realmente accaduto in California nel 1995" preciso il regista all'epoca 30enne in un'intervista a "Review". Il malato di cancro muore accanto a suo figlio Mackey (Tom Crusie) omofobico, paranoico e creatore di "Seduci e distruggi" il potere femminile sugli uomini, piange la morte del padre tanto odiato.
Julianne Moore
Julianne     Moore, dopo aver   tentato
il suicidio a base di Morfina per il tumore che sta ammazzando il marito. Arriva in ospedale col 118. Il presentatore, colpito da un nugolo di rane piovute dal cielo, fallendo il suo tentativo di suicidarsi deviandogli il colpo in canna poco prima puntato alla tempia, tutto ben congegnato. La figlia Claudia, cocainomane, appare per la prima volta sorridente accanto al poliziotto (Jhon C. Reilly) che ritrova finalmente la "sua" pistola (per un poliziotto, perdere il proprio "ferro" è considerato quasi una disattenzione che solo i principianti possono permettersi, secondo le regole comportamentali non scritte ma ferree di chi è forza dell'ordine pubblico). Pare che ci sia una ripresa dei destini più persi della san Fernando Valley.
Coincidenze insostenibili
Donnie trova conforto e il coraggio di ammettere la propria omosessualità sempre repressa per la vergogna. Due soli sono i momenti riservati alla voce del narratore, la "voce fuori campo" (inizio e fine) ed in entrambi i casi non parla di passato, bensì di coincidenze, come a dimostrazione di un non voler sapere per non dover reggere il peso talvolta insostenibile della verità.
Se Anderson all'inizio parla di coincidenze, andando avanti con gli esempi non può fare altro che ammettere e scoprire l'impossibilità di un tale numero di eventi collegati, che sarebbe terrificante viverne consapevolmente la sequenza. Per questo l'umanità è limitata, come se il limite diventa un auto-difesa personale. Questa è la conclusione del film diretto dall'enfant prodige che dopo "Magnolia", non s'è più superato. Ma non è certo un dovere pubblico, superarsi.
Il trailer ufficiale del film con tutti i 9 personaggi
Limite    umano
come  auto-difesa
Anderson   dimostra un talento incredibile nel mescolare i racconti, nel far vorticare le vite dei personaggi all’unisono con la macchina da presa. "Magnolia" finisce con una affatto accaduto a Los Angeles nei primi anni '90. Milioni di rane di notevoli dimensioni che poi, ad un attento esame di laboratorio s'è scoperto ch'erano rane provenienti dall'India che per mezz'ora sono piovute dal Cielo a ritmo forsennato. Le rane potrebbero non voler dire niente di trascendentale, ma è con la loro illogica e immotivata presenza, che dicono tutto. 
Uno splendido William H. Macy
Letture Parallele
Rane che hanno il sapore irriconoscibile di un intervento dall’alto. Una tregua. Una svista. Un'anomalia. Una malattia. Un'anestesia che mette a tacere tutti i dolori che non svelo per chi lo volesse vedere. Un intreccio di storie molto umane, che rasentano tutte la disperazione senza esserne completamente vittime. Il film in questo senso non è aperto a Dio, ma gli è spalancato da tutti i pertugi dell'anima.
Le rane non hanno alcun senso, ma ci sono. Le rane, ricordano le folate di cavallette sotto forma di cataclisma inelegante e impoetico, lontano dall’incedere incalzante angelico di una figura luminosa, schiacciano sotto al loro peso scrosciante qualsiasi pensiero, qualsiasi problema, tutti i drammi trovando la compassione di qualcuno in una società dove ognuno si pulisce l'ombelico. Le folate di animali di questo genere, hanno sempre avuto anche segnali e significati biblici ricordati nella Sacre Scritture. Confermano il sospetto di un non senso terreno, alludendo in questo modo ad un significato più ampio, più alto certamente, sfuggente all'umano, che distrae e dimentica tutti i fiumi di parole dette senza ritegno e rispetto. Fa rinsavire, scrolla via ogni ossessione e pressione. Tutto questo consentirebbe mille altre letture parallele.
Piovono rane dal cielo, qualcuno si salverà

"Aronne stese la mano sulle acque d’Egitto
e le rane uscirono e coprirono il paese d’Egitto". (Esodo 8;2)

Respiri lunghi

per sopravvivere
Le rane sono anche simbolo di una metafora di mille cose diverse. L’oscurità del futuro, la fatalità del mondo, la nostra vanità, una nemesi intima accresce il suo stupore. Qualcosa di non appartenente a questo mondo. C'è chi ha visto nell'episodio della pioggia di rane il fatto che potrebbero voler dire quello che ognuno di noi crede, se non fosse che dopo l’inconcepibile accade ancora ripetutamente l’impensabile. Vi è in questo, a mio parere, una precisa e anche ironica ricostruzione della logica del rapporto uomo-Dio: le rane sono “piaga” formale, sono cataclisma come le cavallette, ma nel film salvano. La pistola cade precisa come il più imprevedibile dei miracoli quando ormai è tardi, quando non serve più, in un impeto di provvidenza disarmata. "Perché noi possiamo chiudere con il passato, ma è lui che non chiuderà mai con noi". Assecondiamoci, quindi. E respiriamo fiati ampi e lunghi. Perché Magnolia è una monumentale quanto desolata e triste foto impietosa di un'America al nettare di cianuro.
Paul Thomas Anderson, regista di Magnolia, Nomination Migliore Sceneggiatura Originale e altri 2 Oscar, uno per la musica ad Aimèe Man e l'altro a Tom Cruise come migliore attore non protagonista. Ma quanto meritava di più questa pellicola, ma si sa, ad Hollywood è tutto come da copione.