Notti notturne

venerdì 24 gennaio 2014

La fitta sassaiola dell'ingiuria




La macchina
del fango
                 di Matteo Tassinari
Da un pò di tempo, in Italia, si vive una sorta di ossessione, soprattutto nei luoghi dai portoni alti. Un ossessione che riguarda la cosiddetta macchina del fango, il meccanismo con cui si arriva a poter diffamare qualsiasi persona, anche Mandela. Questa ossessione io l’ho sempre avuta, come un serpeggiante senso di indifferenza, ho vissuto buona parte dei miei migliori anni con gente poco ragguardevole e portare addosso l’accusa di infame, o collaboratore di Polizia o Carabinieri era come o essere fatti fuori, in certi casi proprio fisicamente (Ernesto per tutti trovato nel porto di Ravenna con 17 coltellate all'addome) oppure essere tagliati fuori da ogni giro attraverso la diffamazione, ovvero la fitta sassaiola dell'ingiuria branduardiana, la chiacchiera, l'insinuazione, sospetti, il che è forse peggio della prima ipotesi. Era non dico la fine, ma dovevi scappare da qualche parte, scappare o conoscere qualcuno che ti salvasse. Molto lontano. 





               In ogni            caso,
qualsiasi cosa si facesse, bisognava farla subito. Fortunatamente, problemi di questo tipo non ne ho mai avuti, in maniera angosciante, anche perché le botte le ho prese pur di non fare il nome del mio pusher per 2 grammi di eroina, ma sono situazioni che sarebbe meglio evitare. La consideravo, e lo considero tutt'ora anche se su di un altro piano, un atto di giustizia. La giustizia se non è espressa e garantita dal mondo della giustizia istituzionale, non è valida. Nient'affatto. E la primavera, intanto, m’ha portato l’orrendo riso dell’idiota.
La giustizia pulsa dove i privilegi non esistono. La vera giustizia, è il dolore delle vittime e delle persone a loro vicine che si sono ritrovate a dover far a "cazzotti" con la Polizia. Federico Aldrovandi, a quanto sia stata calpestata tutta la carta costituzionale in quella vicenda.
Penso ai casi che non sappiamo e si sono spenti nel silenzio. Chi ci dice cosa succede nelle carceri italiane? Oltre all'affollamento, c'è la qualità della vita dei detenuti che deve cambiare, perché questa condizione attuale lo peggiora un detenuto. Sono 20 anni che si parla della riforma carceraria e penso che per altri 20 ne dovrò sentire ancora. 
I soliti sospetti

Sallusti, responsabile del fango

                  Vivere nel mondo
dello spaccio, non per gioco ma per bisogno e “amore malato”, è come stare sulla graticola 24 ore su 24. Una calunnia può partire in un lampo e rovinarti la vita e quindi rovinarla a qualcuno che ti è caro, come mio babbo. C’è chi preferisce andare in carcere anche 5 anni piuttosto che avere appiccicato per sempre la macchia indelebile d'infame e preciso che i fatti a cui mi riferisco sono avvenuti prima del 1983, cioè quando entrai in comunità e dopo 5 anni (un'esperienza stupenda e al contempo durissima) ne venni fuori bello come un bebè che gli hanno appena cambiato il pannolone.
Sguardo orgoglioso, che ha rovinato un popolo, non parlo della Libia



















Insinuazioni
costituzionali
Tuttavia,  questa sorta di delegittimazione totale, mi è rimasta anche se ora non ho motivo di temere nulla, dopo 30 anni direi che il tempo ha messo a posto alla meno peggio, la mia vita. Il mondo è talmente pieni di “Liberi Pensatori” che cambierei nome al fenomeno. Ma quella sensibilità per me è ancora un nervo scoperto. Persino chi viene ucciso, chi è morto e caduto per contrastare le mafie, viene  ed è ancora diffamato. La democrazia è in pericolo nel momento in cui, se ti poni contro certi poteri, quello che ti aspetta è l'attacco di una macchina che ti getta addosso fango e contumelie. Contumelie che indicano il mezzo per estensione la precisa volontà del disprezzo, come chi ha lavorato per una scialba vita intera, ora si diverte a farsi i cazzi suoi, senza pensare un secondo al mondo. Non è una generica offesa, un vago modo d'essere sgarbato. Sommergere una persona di contumelie, fucilarla con contumelie, ha già dentro di sé, senza altro aggiungere, quella esatta intenzione. Proprio come ci sono, al mondo, meccanismi votati all’ingiustizia a livello di impresa, così sembrano esserci anche misure atte a ristabilire, ogni tanto, gli equilibri. Non costituiscono un’impresa nel senso preciso del termine, ma per lo meno agiscono nel flusso naturale degli eventi e migliora la qualità della vita di alcuni.

In        prigione
In            prigione
C'è differenza tra diffamazione e inchiesta. L'inchiesta raccoglie una molteplicità di elementi per mostrarli al lettore. I giornalisti sognano di avere più informazioni possibile per poter approfondire, per poter trovare elementi che dimostrino, inchiodino, difendano, rafforzino. La diffamazione prende invece un elemento dal contesto, una cosa privata che non ha relazione alcuna con la cosa pubblica e la usa contro la persona che si è deciso diffamare. La democrazia è in pericolo nella misura in cui, quando accendi il computer per scrivere il tuo articolo (essendo ora giornalista) al tempo stesso pensi: "Domani mi attaccheranno su cose che non hanno niente a che vedere con la vita pubblica, niente a che vedere con un crimine commesso".











Useranno     il tuo
privato     contro di te
Non hai fatto nulla di male, ma useranno il tuo privato contro di te, ti costringeranno a difenderti. Allora, chiunque tu sia, sindaco, assessore, medico, giornalista, prima di criticare ci pensi un po'. Quando questo accade, inizia a incrinarsi la libertà  di stampa, inizia a incrinarsi la libertà di espressione. È ovvio, l'Italia non è la Cina, né una dittatura fascista. Nessuno viene arrestato per ciò che scrive. Ma la confusione tra diffamazione e inchiesta è un metodo. È il modo di difendersi di chi diffama. Lo scopo è poter dire: "Siamo tutti uguali".
Ennò, non è vero che siamo tutti uguali! Il meccanismo della macchina del fango in fondo è questo, poter dire: "lo fate anche voi, quindi, lo facciamo tutti". Il punto nevralgico, lo snodo dei poteri che crea le differenze in cittadini di serie A e di serie B, non sta nella tua colpevolezza o innocenza, ma nel tuo saper corrompere, snaturare una vicenda, gli appoggi che hai. Mi fa ridere quella mano sulla Bibbia e quella frase che è in tutte le aule processuali "La Legge è uguale per tutti". In base a molti fattori che non hanno nulla a che vedere con il reato imputato ancora da provare, dipenderà il giudizio o verdetto del giudice. 
La fitta     sassaiola
dell'ingiuria
Questo metodo funziona benissimo, perché in fondo è quello che la gente vuole sentire. Perché se siamo tutti uguali, nessuno ha bisogno di sentirsi migliore, di fare qualcosa per essere migliore.
La macchina del fango vuol dire: abbiamo tutti le unghie sporche, siamo tutti uguali. La forza della democrazia è la molteplicità. L'istinto che invece sta emergendo nel Paese, purtroppo, è quello di dire: siamo tutti uguali, tutti identici, siamo tutti la stessa cosa. È qui che vince la macchina del fango. 
Da 25 anni e molto più, è il padrone d'Italia
Bisogna sapere
Guardare le differenze. La differenza è ciò che la macchina del fango non vuole che lo spettatore, il lettore, il cittadino intuisca. Una cosa è la debolezza che abbiamo tutti, un'altra il crimine. Una cosa è l'errore un'altra l'estorsione. I politici possono sbagliare, significa che fanno. Ma una persona che sbaglia è ben diversa da una persona corrotta. In realtà, di fronte alla macchina del fango non bisogna rispondere dicendo: "Noi siamo migliori". Bisogna dire: "Noi siamo diversi". Bisogna sottolineare la differenza, non mettere tutto sullo stesso piano. Segnalare, per esempio, che la privacy è sacra è uno dei pilastri della democrazia. Poter dichiarare il proprio amore alla persona che si ama senza che nessuno ascolti.
Privacy, Potere, Peyote
        e dossieraggio
Mi faccio spesso questo esempio per capire i confini invasi dall'osservazione, dal gossip che diventa strumento del potere per ricattare. Immagino che cosa significherebbe essere fotografati mentre si è al bagno. Tutti andiamo al bagno, tutti siamo seduti sulla ceramica. Ma se qualcuno ti fotografa lì e diffonde la foto di quel gesto universale, perdi credibilità perché le persone che incontri - i tuoi vicini, i tuoi ascoltatori se hai un’attività pubblica - quando parli - ricorderanno sempre quella foto, quell'immagine. Banale?
Certo, ma dimostratemi il contrario. E importante capire che ci sono dei limiti che sono il fondamento della democrazia. Una cosa è una dichiarazione d'amore, un’altra è candidare le tue amiche perché ti piacciono e quindi finire possibile vittima di ricatti ed estorsioni. Questo smette di essere privato perché diventa condizionamento della vita dell’intero Paese. La prima, la privacy, è vita. La seconda è abuso di potere. La differenza è fondamentale, perché l'obiettivo della macchina del fango è proprio dire: è tutta la stessa cosa. E, soprattutto, abbassate lo sguardo, non criticate, fate vincere il più furbo e, se criticate, questo è quello che vi aspetta: tutto il vostro privato diventerà pubblico. Cosa succede in Italia quando si dà fastidio a chi comanda? Si attiva una macchina fatta di dossier, di giornalisti conniventi, di politici faccendieri che cercano attraverso media e ricatti di delegittimare i rivali?

Noto omosessuale
già attenzionato!?
Potrei ricordarvi molte cose. Ad esempio la vicenda della casa di Montecarlo dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, nata quando ha cominciato a dissentire su alcune posizioni del suo partito di allora, ora è fora di bal. Ma dov'era il reato? Era un gesto inelegante, inopportuno? E allora? Non c'era reato. Potrei raccontarvi la storia di Dino Boffo, il direttore del quotidiano cattolico "Avvenire", che aveva timidamente iniziato a criticare la condotta di Berlusconi. La macchina del fango ha lasciato intendere di essere in possesso di un documento di natura giudiziaria che diceva: "Noto omosessuale già attenzionato dalla polizia".
MASSACRATO Dino Boffo
   Dunque?  
Qual     era il      reato?
L'omosessualità? Allora potrei ricordarvi la storia di Dino Boffo, il direttore del quotidiano della Cei "Avvenire", che aveva timidamente iniziato a criticare la condotta politica e personale di Ber­lusconi e questo gli costò parecchio, a cominciare la poltrona di direttore del giornale di cui era al timone da quasi un paio di decenni. La macchina del fango, dell'ingiuria, ossia tutta l'editoria del cavaliere, ha lasciato intendere di essere in possesso di un documento di natura giudiziaria che diceva: "Noto omosessuale già attenzio­nato dalla polizia". Ma allora qual era il reato? L'omosessua­lità? Non ci posso credere. Oppure potrei raccontarvi che la presunta omosessualità di Stefano Caldoro è diventata l'arma usata da un suo collega di partito, Nicola Cosentino, per prenderne il posto di candidato a governatore della Campania? Ragazzi, stessi meglio come salute, sarei in Spagna da un bel pò. 


















domenica 12 gennaio 2014

15 anni senza De André



A 15 anni    dalla
morte dell'evangelista     laico
        di Matteo Tassinari
L'11 gennaio 1999, moriva a Milano il cantautore genovese e il festival di Sanremo lo celebrerà il 21 febbraio, fatto non gradito a Fabrizio. In questi quindici anni, la mancanza si è sentita, eccome! E' vero, rimangono le sue canzoni, la sua poesia, i suoi versi vivranno sempre. Tutto vero, ma lui dov'è? La sua voce, i suoi occhi, quei capelli lisci e quel modo di parlare che quasi voleva sembrare antipatico. E con molti ci riusciva. Era un modo per capire chi poteva stare con lui e chi no. Era estremamente selettivo nelle amicizie, la concedeva a pochi e penso che non avrebbe sopportato nulla di Facebook. Per chi l’ha conosciuto, anche per poco, penso sia diverso rispetto a chi non c’abbia mai passato una giornata insieme.
Faber da Rosa in Sottoripa insieme al figlio Cristiano

 Mancherà il suo
sguardo sulla vita,
"Nun piagne Maddalena, idDio ci salverà, e presto arriveremo a Durango",
cantava Faber un pezzo di Dylan. Sopra Durango, Messico
    D'intensità verde
    RAMARRA
mancano le sue storie, i sogni, novelle, ballate che intrecciava lentamente con le parole e le visioni tra sogni e sonno, apparizioni amare e visionarie, se credete, colorate. Uno dei tanti "genovesi in esilio volontario", scappato da una città tanto bella quanto feroce. Come tutte, la canta a modo suo, con un ritmo, un'armonia, un flub in note che riporta immediatamente a Boccadasse, antico borgo marinaro dell'angiporto, dove Genova col profumo del mare e del pesce in brodetto o fritto addosso come un cappotto e tutte le centinaia "Crueze de ma" che scendono ripide giù verso mare. Mi viene da sorridere, se penso che una canzone in dialetto genovese ha spiegato al mondo intero un consorzio umano altrimenti neppure immaginato.

Visione Ramarra
Ciò che risaltava di più era il verde, di una intensità "ramarra" come gli occhi smeraldini di Durango. Uno splendore che lo rendeva anarchico nell’anima, nello spirito, nelle “regole”, nel Dna, nell’ABC, nella sostanza dell’essere, per questo gli era così semplice essere Rom. Faber non somigliava ai Rom, “lui era un Rom” a detta di un Rom intervistato in quanto grande amico di Fabrizio. Se ascolto “La buona novella”, “Amico fragile”, “Spoon River”, “L’Indiano”, alla fine sono sempre quelle e sai che nuove non ce ne saranno. Aveva le ali molto grande Fabrizio, ali che coprivano parecchie persone, numerosi disgraziati. Da queste anarchie, quella sua Genova così caotica come i carruggi aveva ereditato lo spirito aperto del mare e delle genti del porto, ma anche la complessità dei carruggi, pensiero fine e gambe forti. Via del Campo come fosse il mondo.
Don Gallo, parlava del "vangelo" secondo Faber

Tanto che Don Gallo
nelle sue omelie, spesso citava “il Vangelo secondo Faber”. A 15 anni dalla sua scomparsa, l'artista genovese viene celebrato come uno dei grandi cantautori dal secondo dopoguerra ad oggi. "Sarebbe necessario che, invece di dire che Fabrizio è il Bob Dylan italiano, si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio americano" ha detto la scrittrice Fernanda Pivano, sua amica, che alla sua morte lo definì "Il più grande poeta che abbiamo mai avuto". Don Gallo lo definiva: "capace di mettere in contatto la terra cielo". Se lo sapessi vivo, oltre che andarlo a trovare "abbastanza spesso" all’Agnata a Tempio Pausania, dove mi aveva invitato, sarei anche più tranquillo, perché vivrei con la speranza che qualche goccia di splendore è in fase di costruzione. L’attesa di sue nuove canzoni era sempre la parte migliore. Ma è morto! Con esso anche l’attesa. E' morta la parte migliore, dove crescono le arance.
"Si, però lasciatemi stare"

"L'eleganza
nel chiedere scusa"
Mancano le sue utopie, quella voglia sana che ha sempre avuto nel difendere la libertà delle idee, delle convinzioni personali soprattutto quando queste sono fagocitate da maggioranze rumorosissime, cantava contro tutti i conformismi e tutte le banalità della vita. Mi manca la sua discrezione, la sua dignitosa riservatezza, quel suo parlare in pubblico solo se c’era qualcosa da dire e sempre con parole precise, pensate, ultimative.
Gli amici di sempre
Manca
la sua autentica arroganza d’artista, che si pente dopo averla combinata e macinata per la sua smodata vanità ed un ego pressurizzato che tende all'esplosione o implosione. Era capace a chiedere scusa come pochi. Come era altrettanto capace a provocare, mai a caso, sempre mosso da qualcosa o da qualcuno, non faceva cose gratis, anche se scherzava, doveva esserci un motivo. Altrettanto capace a fare cazzate incredibile, come quella volta, testimone oculare l’amico di sempre Paolo Villaggio, sbronzo marcio, si mise in bocca per scommessa (20 mila lire, siamo a metà anni ‘60 in una bettola dell'angiporto di Genova) che avrebbe mangiato un topo morto vomitato da un gatto piombato da chissà dove.
      Angiporto
    e Mandilan
Le 20 mila lire le sborsò il tombeur de femme Gigi Ricci, Faber non mancò di mantener fede alla sua follia, e ciancicò il topo dicendo: "Io queste 20 mila lire me le sono meritate e me le prendo". "L'impero knouto-germanico" di Bakunin è meno  anarchico di un atto simile. Oppure, più semplicemente, bastavano le sue canzoni per sentirselo vicino, perché riusciva a parlare di storie tragiche, disperate, ironiche, come piene di un sentimento che rendeva l'afflato di consolazione, di “benedizione” che non riesco a ritrovare in qualsiasi altro suo collega. La voce più consolatoria che il mio orecchio abbia mai sentito, per quanto mi riguarda, anche la risata più bella che abbia mai visto. Quelle poche volte che ci siamo visti, mi capitava di ridere solo per la sua risata, magari la battuta non l'avevo capita, ma quel riso così "aprente", ampio, antidogmatico, cordiale e sagace. Chi mi leggerà, penserà: "Ma questo è fuso per De André". Ed è vero. Sono enormemente condizionato dalle sue boutade col fiocco. Come vorrei che passaste un paio d'ore, in semplicità e in compagnia di Faber, per capire cosa voglio dire, consapevole di non riuscirvi. Le sensazioni, potrai descriverle fino ad una percentuale ma poi si ferma, è l'esperienza che ti da la conferma.

Provocatore culturale
"Il più grande rivoluzionario di tutti i tempi". Questo è stato Gesù secondo De André. "Gesù rimane un esempio da imitare – dirà in una delle ultime interviste, al Secolo XIX, il 3 novembre 1997 - Ama il prossimo tuo come te stesso. E' un principio bellissimo al quale non si può rinunciare, ma deve diventare la nostra barra del cammino”. È dunque proprio il comandamento per eccellenza, è la condizione per divenire uomo nella sua completezza umana e spirituale.

Stupito dalla vita altrui

    Compagno di viaggio,
di questa avventura umana che spesso indossa le vesti del disumano, macchì ci fa più caso affossati come siamo nei privilegi che per i più sono troppe sottrazioni? Mi mancherà la sua curiosità, o la sua innato senso provocatorio, come quando disse che "al Sud non c'è disoccupazione grazie alla mafia", che era un modo per dire che lo Stato latitava in quella zona d'Italia. Come dargli torto oggi? All'epoca, Violante, gli si scaraventò addosso con insulti al limite della querela e inaudito rigore militaresco, ma figuriamoci se Faber era il tipo che querelava qualcuno. No, lui pareggiava i conti alla sua maniera, che è sempre quella migliore. Vorrei ancora quella sua insaziabile voglia di farsi sorprendere dalla vita e dall’arte del suono sia in musica che in parola, che lo rendeva imprevedibile ma sempre legato al filo della poesia che lo aiutava a narrare cose terribili nel modo più naturale possibile.
Povertà e splendori
Come quella voglia di vivere il dolore degli altri, condividerne le povertà gli splendori, a cominciare da Princesa fino a Bocca di Rosa. Tutto questo ci mancherà di te, Amico fragile. Mi mancherà il tuo sguardo veramente anarchico sulla vita, quel tuo stare fuori delle leggi pur non essendo un fuori legge, alla costante ricerca di un’umanità che parrebbe perduta, per cantare il marciume che si mescola al nostro piroettare, l’ipocrisia di chi non vuol vedere al di la del proprio naso e la sera chiude bene la porta di casa con una Yale, poi dopo cena a letto senza sprofondare nelle ore notturne gonfio d'alcol e mozziconi di sigaretta. Il mondo rimane chiuso fuori per milioni d’individui a loro volta intrappolati da forme di egotismo, eccessivi compiacimenti con cui ci si guarda, connessi solo con la tendenza a fare di se stessi l'oggetto privilegiato di ogni riflessione, rinchiusi in una prigione senza confini.
Tutti moriremo a stento
"La ballata dei suicidi"


 Chi       revisiona 
i       revisionisti?
Tanti appuntamenti, dunque, per ricordare il cantante di chi vuole la verità. Perché De André è facile da ascoltare, la sua poesia arriva subito. Il suo messaggio non sempre. Così c’è anche chi decide di vederci più chiaro, oppure di tirarlo per quella giacchetta che Faber non ha mai indossato.
Militanti di Casa Pound
È Casa Pound di Viterbo, la quale
organizza una mostra fotografica su “uno dei più grandi cantautori italiani”, “evento preceduto da una breve conversazione”. Forse chiarificatrice. Per i fascisti del Terzo millennio, infatti, sarà l’occasione per parlare di un uomo che ha sempre combattuto la violenza e la guerra, nonché la discriminazione sessuale. Ma lo schema appare chiaro. Dopo essersi appropriati di Rino Gaetano e Francesco Guccini (alcuni versi della Locomotiva sono apparsi in un manifesto inneggiante la Repubblica di Salò), ecco un altro tentativo di mutare il significato alle cose, magari arruolando i libertari del passato. Dopo il revisionismo storico, siamo a quello cantautoriale. Per quanto vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti. Vi è già stato detto da tempo.

Anime salve e gli inganni


Fu un miracolo di incontro fra lingua e musica e oggi quelle parole diventano un menù (su richiesta) presso la trattoria La Lanterna, gestita dalla Comunità di Don Gallo. "La sua spiritualità non è monopolio delle religioni. La sua voce è la possibilità irripetibile, per la canzone, di diventare il più alto e penetrante strumento artistico della cultura popolare. Le sue canzoni sono la scelta mai sbagliata di occuparsi dei poveracci e dei senza voce: vite perdute, ma anime salve".
Le anime      salve, rese     libere
dalla diversità, c’erano tutte a salutarlo quel 13 gennaio a Genova, "un funerale da invidiare" disse il compagno di sempre Paolo Villaggio. La sua poetica smascherava le ipocrisie, indagava l’amore, in fiore o appassito, era un laudate hominem che restituiva dignità a emarginati, "princese", derelitti, mercenari, senza tetto, ubriachi. L’umanità rintanata nei bassifondi dell'angiporto genovese ispirava De André come nessun altra ipotesi, dai pantani della cronaca nera sapeva sollevare fiabe dai toni color papaveri.

Poi si vedrà
A distanza di quindici dalla sua morte, le sue canzoni acquistano sempre più consistenza, quasi fossero scolpite nel marmo degli eterni problemi delle persone e del loro essere e malessere sociale. Sopraffazione dell’uomo sull’uomo, guerra tra pari che non si ricambiano cortesie, prostitute che danno felicità e vigliacchi che non sanno più dare cattivo esempio, relativismo delle circostanze e immutabilità dei valori. Giudici e bombaroli, boia e drogati, Cristo e Cutolo, diamanti e letame, la guerra e i mille papaveri rossi. Tanti emarginati che nelle sue canzoni hanno trovato quella essenza che una società ingannatrice voleva non tanto cancellare, ma semplicemente nascondere. La dignità degli uomini prima di tutto. Poi si vedrà.



sabato 21 dicembre 2013

Cancro come Hiroshima

Pensare il cancro

         di Matteo Tassinari
Pensare il  cancro. Come ogni grande e mortale malattia della terra e dell'uomo, il cancro è prima di tutto un "oggetto" da pensare per volgere ad un possibile miglioramento. Un corpo estraneo, vivace, sconosciuto prima, neoplasia (néos “nuovo”, plásis, “formazione”) o tumore (dal latino tumor, “rigonfiamento”), indica una massa anormale di tessuti che crescono in eccesso ed in modo scoordinato rispetto ai tessuti normali e che persiste in questo stato quando va bene, quando va male degenera fino all’approdo di buona speranza, all’epilogo della partita si spera giocata bene, come le poesie Marco di Van Basten o Michel Platinì nel rettangolo verde dove il vento scombina i capelli, mai le idee. Quando muore qualcuno di cancro, mi chiedo sempre dove aveva il tumore, chissà quale cellula lo ha determinato, quale cellula malata ha raggruppato segretamente attorno a sé altre cellule, se c'è stato un giorno preciso in cui è iniziato il golpe cellulare mentre il corpo ignaro era in un ufficio postale o al tavolo di un self-service o sul vagone di un treno o stringeva la mano a un aperitivo. In ogni caso la catastrofe più grossa consisterebbe nel persistere di un mondo in cui l'uomo ha dei diritti sul suo simile. Vale a dire quello che accade da sempre.  
La vita oltre la chemioterapia

Ripensando
alle     bufere

L'argomentare dell'oncologo e della letteratura medica, non è sufficiente, come non fornisce neppure un modo di pensarlo, un modo non dico di discuterci, ma di viverlo come parte di me, non chiamandolo più "corpo estraneo" come spesso i dottori dicono. Mi rimane indigesto, mi fa paura,  percepire il tumore come evento generico, incorporeo, elusivo, imprecisato, astratto, fumoso, approssimativo, sommario. Come le collezioni di dati, bioritmi, scopie, tomografie assiale computerizzate, geometria proiettiva, rotazione del tubo radiogeno, liquidi di contrasto e su quei dati un nugolo di mosche che discutono, confronti, idee terapeutiche, ricerche, novità, speranze, sudore, pianto. Tutto questo non arriva a formare un pensiero.

Lunga vita di
duro tormento

La religione   ripete macchinalmente le sue formule, perché è necessaria una lunga vita di tormento morale per sentire la volontà di Dio come qualcosa di reale e di presente provvidenza e misericordia che non corrispondono a quanto umanamente s'intende con queste parole. La filosofia scantona, non ce la fa nonostante le sue spalle grosse. Dai guadagni stratosferici di Big Pharma International sul cancro non si direbbe l'indotto economico che arreca il tumore come fonte a cui attingere. Il pensiero scientifico, per stagioni intere, ci ha mentito per decenni, ha indugiato, l’affronto più devastante sulle grandi pandemie, mettendo a rischio la vita dell'umanità più dolente. La peste nera e quella bubbonica, il vaiolo, il colera, la sifilide, oggetto di storici, filosofi, pensatori, romanzieri, cronisti dei tempi in cerca di esplicazioni razionali per cercare di non abbandonarsi troppo all’insondabile mistero della vita. La forza del male obbliga tutti alla sottomissione per quanto energica la nostra risposta di fronte a ciò che fugge per vite intere. Sotto a chi tocca. Si può ricominciare.

Che l'amor t'esploda
Si    entra in una killing zone, battuta, illimitata, dall'artiglieria atomica e antica, senza la minima speranza. Un chemioterapico sa bene che la cura spesso è peggio del male, nell’atroce prolungamento del dolore con l’aggiunta di altro vomito e tempo da vivere con pruriti insopportabili o escoriazioni nate dal nulla sulle gambe  e ventre. in ogni vena, mentre t'annebbiano atroci sofferenze e vecchie ricordi di grande bellezza che onora il mio cuor. Voler pensare il cancro, per cercare di spiegarlo. Ma spiegare cosa? Che i linfonodi hanno bisogno di una piallata a base di sedute di radioscopiche?
Ripensare il cancro è anche ricordare gli amici colpiti, senza illusioni per me stesso, imbarcato da più di 30anni su questa comune barca da naufragio sicuro, morti di aids o tumori causati dalle difese immunitarie basse o cd4 vicino allo zero quando dovrebbero essere 1200 copie. Pensarlo, sbagliando, sia pure. Se si rifiuta il rischio di errore si è già rinunciato a qualsiasi pensiero sul cancro e la bestia ha già vinto.
Quel che
conta è uscire
dalla nefanda e sinistra passività del silenzio metafisico, dare al tumore la giustizia che invoca, famelico, la giustizia della definizione astratta, il diritto di cittadinanza in un perimetro sacro, in cui l'odore d'ospedale non sia accolto insieme all'eterna verità. Trattarlo con riguardo perché è un enigma che la sfinge cosmica propone ai crocicchi, quando meni una vita non normale (secondo gli altri) perché farselo nemico è la fine prematurata. Non è servilismo, ma chi conosce personalmente Hiv e Cancro sono aspetti importanti, se non altro per il tempo che dedicano a te. Non ti lasciano mai solo, aspettano il momento migliore, per loro, per te il peggiore. In fondo non credo alla predestinazione. Esiste soltanto la predisposizione. Vi sono persone predisposte a morire di cancro e altre predisposte a morire impiccate, con lo stesso rigore clinico. Il cancro viene in gran parte dalla follia repressa.
Cellule in stato iniziale di decomposizione tumorale ai polmoni
“La diffusione
del canrco”
La terra contiene la  vita, può contenerla e generarla senza essere vivente, perché separiamo natura organica da natura inorganica? L’inorganico io lo penso come qualcosa di puramente immateriale. Sento la musica rock come una proiezione dell'inorganico, come leggo un romanzo di Baricco per saggiarne l’inconsistenza assoluta. Anche le città invase dalle macchine subiscono un'invasione dell'inorganico. Dal mondo non vivente a quello pulsante, sono fatte di metalli e di plastica e hanno bisogno di energia inorganica.
La terra è tutta organica,
tutta vivente, interamente pulsante. Anche nel pavimento che costò il rogo a Michel Serve (teologo, umanista e medico spagnolo, oltre che dedito allo studio della Bibbia) si interessò a scienze astronomiche, meteorologia, giurisprudenza, anatomia e matematica. Fu rogato nell’ottobre del 1953 dai calvinisti. Tutta vivente, la terra, come la vide Bruno, non come lo vedono i tecnocrati dello sfruttamento e della distruzione. E come essere vivente parlo di vita come cicli, assoggettamento alla morte, morte periodica e morte definitiva. La terra è un essere mortale, è la scoperta che ci spetterà a seguire questo on the road.
Tomografia compiuterizzata assiale
Linfoma biosfera
Il sole agonizza
e agonizzerà ancora per molti decenni. I raggi cosmici, sfilacciandosi, i gas di schermo della biosfera bombardano cancro sui tessuti viventi, sui deserti, gli oceani, i ghiacciai silenziosi come i veri predatori della natura, quando sferrano l’attacco è il caos, il nulla, perché ormai è già tardi. Solo chi è stato azzannato alla gamba da un coccodrillo guatemalteco può capire, gli altri stiano zitti. Spesso ho pensato alla morte per cancro della terra, anche se non l'abitassero che i bei sauri di cui ammiriamo i meravigliosi scheletri, appare sempre meno contestabile che il suo cancro primario abbia nome uomo. La terra è piena di metastasi, molte sono già esplose come Hiroshima.
Non    esiste
cancro oggettivo
Ora,   penso che sarebbe stato più semplice per me e per voi che leggete questo trattato di medicina empirica, mi era più semplice romanzare le ore vissute con Valerio colpito da aids e tumore, chi si piace si prende e ancora per molti mesi agli infettivi. Ma deprecavo l’idea di fare retorica, o quasi, su un argomento così serio da farti piangere alle 4 di notte in bagno, perché intuisci dove ti sei cacciato, o meglio, dove la vita t’ha cacciato.
Non mi pareva il caso a giocare al Balzac su questo argomento e allora ho scelto più un taglio metafisico, alla Ceronetti, dove capisci solo dietro ad una vasta concentrazione sul testo, ma è un capire profondo, non un comprendere teorico, serve sensorialità, tanta. Tutte le epidemie si presentano velate. Chi riesce a strappare il velo e dice, senza inorridire, la faccia che ha visto, non è creduto. La prima volta che mi arrivò una voce sul cancro come evento epidemico mondiale fu negli anni ‘70, leggendo qualcosa. Si trattava dell'opinione di un cancerologo francese che commentava l’atomica di Hiroshima più o meno cosi: “E’ cominciata la diffusione mondiale del cancro”. Ce l'ho dentro ancora quella voce, quelle parole, quella infallibile profezia. Ed ero bambino. Ma è già, subito, un difficile lavoro per il pensiero operare l’allacciamento, in termini speculativi, tra lo bomba di Hiroshima e il cancro mondiale.

Era il 4 dicembre 1993, venti anni fa. Frank Zappa morì a Los Angeles per un cancro alla prostata. Negli ultimi tempi della sua vita, non rinunciò alla sua vena polemica annunciando di volersi candidare alla presidenza degli Stati Uniti in totale dissenso con la politica dell’ex presidente Reagan e con quella di George Bush. Il suo biglietto da visita o slogan era: "Potrei mai far peggio di Ronald Reagan?".



Il cancro in guerra
Siamo ad un    caso si direbbe di pestilenza che segue il carro della guerra, ma con due differenze importanti: nell'area atomizzata siamo già fuori della guerra, siamo nella passività assoluta. e già nel cuore di tenebra della peste e nell'epidemia di cancro abbiamo ormai oltrepassato ogni limite storico di tempo. Dunque, se il cancro epidemico è figlio di Hiroshima, non lo è per cause materiali. Può esserlo per cause metafisiche e se oggi dicessi che lo è lo direi da filosofo quale non sono, non da medico certo. Cinquant'anni dopo, il velo non si è ancora alzato sull'enigmatica faccia, nessuno parla ragionevolmente, di epidemia mondiale di cancro, ma soltanto, eufemisticamente, di pericolo di una diffusione sempre maggiore del carcinoma.

Pandora da scoper chiare

Sarebbe    troppo rischioso dire che il tumore e pandemico. Alzando senza paura il velo, la faccia, è là. Siamo noi, viviamo, ci muoviamo, parliamo, leggiamo, scriviamo, cerchiamo di superarci senza riuscirvi, con mille possibilità di morire in altro modo perché la Moira permane come realtà generatrice d'infinite cose, in un universo battuto da un’epidemia di tumori maligni. Un vaso di Pandora ancora da scoperchiare, chi lo alzerà quel coperchio? L'uomo cancerifica la terra con la sua presenza in eccesso e la sua attività di delirio consumistico, coi suoi pensieri criminali e con la sua impossibilità di amare al di là di quel che più strettamente gli somiglia. Solo tre o quattro poeti fra tutti hanno sperimentato l'amore infinito, gli altri hanno amato donne, uomini, vino, oppio, qualche gatto e la terra gli salda il conto, d'accordo col cielo e il sole, inondando di cancro l'uomo. “La misura della vita è dunque la differenza che esiste tra lo sforzo delle potenze esterne e quello della resistenza interna. L'eccesso di quelle annuncia la sua debolezza; il predominare di questa è l'indice della sua forza
L'angelo sterminatore
Il deserto si allarga
Mentre l'angelo sterminatore tende a far morire tutto quel che è vivente, gas, petrolio, inquinamenti titanici, elefantiasi della globalizzazione, minacciosi quanto spaventosi inquina le falde terrene per entrare per nostra volontà nel corpo delle generazioni future. Il vile atto di chi ha il senso innato del diabolico. Guardate il lavoro dell'intelligenza, il travaglio della ragione: salvo qualche apparenza e poche eccezioni, è ormai rotto lavoro e travaglio per far crescere e accelerare la morte.
Il deserto si allarga e l'allargarsi del deserto è uno stretto luogo dove l'uomo sempre più incapace di pensare la vita, si nasconde per darsi la morte. Guardate le stesse ricerche sul cancro. Non sono anticancro che per chi non vuole pensare, e per chi accetta la spennellata di morte che insita nei luoghi comuni dei “come stai”? Quando sai che hai un cancro e altro di debolezze?
Non c’è nulla in quegli immensi apparati tecnologici ed elettronici, in quelle colossali statistiche, in quelle schedature frenetiche, in quelle sperimentazioni su sventurati animali, nulla dico che abbia la faccia della vita. Sono sforzi di beccamorti che s'ignorano. C'è una predestinazione quando si prendono vie errate e qualcosa impedisce che s’imbocchi la giusta, una predestinazione alla bancarotta del vivente. Questa bancarotta non è muta, anzi assume in tutto la forma di un grido, di un'immagine Geschrei dell'onda sonora ben più vasta e prolungata di quella sonnambulicamente trascritto da Edvard  Munch, che se fosse percepito ci sarebbe insopportabile e ci costringerebbe a "fare qualcosa" per placarlo.
Le stelle inacessibili
Senza percepirlo    arrivo a conoscerlo, come gli astrofisici arrivano alla conoscenza esatta di presenze stellari inaccessibili per mezzo del calcolo e posso assicurare che non ci sono limiti al suo strazio, più forte di un milione di Ecube e di Racheli, ma mi è impossibile rendermi credibile dal momento che parlo dalla riva di un sistema di pensiero assassinato. Credo di poter dire che lo stato della terra sia attualmente molto peggiore di quello che viene descritto dalla scienza dominante più pessimistica, perché il grido, l'incessante lamento di Munch che non può essere percepito delle forme viventi visibili e non visibili, non è oggetto misurabile, perché interiore e senza canali di comunicazione nervosa esterna, come succede che di certi esseri che ci passano accanto non udiamo nulla, neppure un sospiro, eppure gridano a volte con la forza di mille agonie. 
Enigma cancro
È un sos     come il mondo dei segnali a distanza, non ne ha mai conosciuti. Se un Dio all'improvviso ci bucasse gli orecchi, cesseremmo di occuparci d'altro, di nazionalismi o di Etruschi, di carriere dei figli o di mafia, di scacchi e Carmelo Bene e anche di cancro. Solo allora avremmo la percezione di realtà e di forze, di sofferenze e di sciagure, di rimedi dell'irrimediabile e di dicibilità dell'indicibile in cui ci sarebbe una nicchia illuminata, e in questa nicchia, in una luce pallida, lo spirito del cancro riscatterebbe, con qualche parola sommessa ma udibile, tanta cieca solitudine, tanta disperazione davanti agli enigmi da lui piantati all'interno dei corpi, in figura di cellule irriducibili e di degenerazioni organiche interne la cui origine vera è altrove, neppure spazialmente altrove, ma nell'esterno dell'interno là dove i limiti fisici del corpo si perdono nell'illimitatezza cosmica della mente. Alla malattia infettiva e contagiosa per impiantarsi è sufficiente la debolezza fisica a causa di una fragilità immunodepressa, il cancro invece è attratto soprattutto dal sovraccarico di attività psichica, dal dinamismo mentale dissennato, dagli sconvolgimenti dell'anima all'esasperazione mentale.
La dolce "agonia"

E’ questa la cifra totale della sofferenza che ognuno di noi porta in grembo, alcuni riescono a gestirla, altri no. Qui entrano in azione le cliniche della "dolce morte" (mai come in questo caso la parola dolce è stata usata a sproposito) pronte a venirti in aiuto ammazzandoti. Infilare una flebo con cobalto 12 e plutonio concentrato nelle vene di una persona disperata non ci vuole molto, sai quanta gente trovi che lo farebbe, perché è questo il terribile fatto, quanta gente farebbe il serial killer dal camice bianco. Ormai alle follie dell'uomo e della donna sono abituato, c'ho fatto quasi il callo, meno alle sue consistenze. Voglio dire che l'inquietudine sta più nella quantità di persone dedite a devianze mostruose, non tanto le devianze mostruose, per quanto orribili, ma il livello espansionale.
La      goccia nel pane
Pensare al cancro. Appropriarselo come pensiero per respingerlo come paura. Chi pensa opera, non stramazza di passività. Ma un pensiero schiavo dei dati e depurato di qualsiasi relazione col mistero, che mai ci sarà rivelato, del mondo, è un pensiero inoperante, un pensiero morto e che fa morire. Uno straordinario amico Veneto e che il cancro mi sottrasse giusto un paio di un paio d’anni fa, del quale incessantemente rimpiango la lucidità tranquilla anche a malattia inoltrata, la grande cortesia e sollecitudine fino all’estremo anelito mentale, avrebbe immediatamente compreso e condiviso questo mio ragionare del cancro universale che per molti, i più, non sarà così, c’è altro a cui pensare, ora. Sia dunque dedicato a tutti. Sia dedicato anche a tanti volti cari che là, nelle penombre, nelle stanze visitate, non raggiungibili da altri conforti, patiscono e tremano per sé e per altri. Getto il tuo pane sull’acqua e dopo molti giorni lo ritroverai per sfamarti. Acqua e pane. La vita. "Come una goccia di splendore", di Alvaro Mutis, poeta colombiano morto pochi mesi fa che consiglio.

Ma che fatica scrivere 'sto post!