Notti notturne

martedì 22 luglio 2014

Poesia in movimento


Ho sempre pensato che il mistero del calcio,
abbia similitudini col Mistero della vita

Il calcio è l’ultima
rappresentazione sacra
(Pier Paolo Pasolini)

di Matteo Tassinari
Lo so già, tutti a borbottare i sapientoni: "ma quello era un altro calcio, quello di oggi è un'altra cosa". Non m'interessa proprio nulla fare distinguo sul calcio di Pasolini e come lo intendeva e il calcio di Moggi, che poi è il calcio di oggi, di chi ci lucra spasmodicamente miliardi di euro e lo riduce ad un becero business. Il calcio è il calcio della strada, come in America Latina nelle favelas messicane, nelle periferie francesi vicino a Marsiglia. E' quello che ho vissuto io, lasciando da bambino molto sangue sull'asfalto per giocare e buttarmi graffiandomi da tutte le parti. Ah, dimenticavo,  io ero il portiere e dovevo per forza buttarmi, era nelle regole nostre da rispettare con gioia, erano le uniche regole.
Il gol più bello della storia del calcio.
Maradona ha scartato l'Inghilterra tutta e va in gol










La pipì del Portiere

Non importa chi è,
Lheman ex portiere della Germania
Ogni gol è VITA
un'invenzione. E' sempre una sovversione del codice, dove se ne vedono di tutti i colori, anche le sfumature di grigio. L'ultima è quella di un portiere tedesco di prima divisione. Mi sono sempre chiesto che cosa può succedere, quando ci si trova costretti a stare in piedi, davanti a 90mila persone, per tre quarti d’ora di fila e non poter andare in bagno pur avendone bisogno. Alla fine quel giocatore mi ha accontentato. Doveva solamente fare pipi. Ma come regolarsi, quando uno stadio intero è li a guardarti anche il buco del culo, senza contare le decine di telecamere? Si vede che alla fine non ce l’ha fatta, cosi, quatto quatto, non appena è arrivato il momento buono, si è allontanato dalla porta, e li, di fronte a tutti, ma accucciato dietro i tabelloni pubblicitari belli e grandi, il giusto per eclissarsi dalla marmaglia, si è liberato fino all'ultima goccetta. Sembrava un cane. La cosa più impressionante era l’espressione. Concentrata, ma insieme distratta, quasi volesse far finta di niente. Mi ha provocato una profonda simpatia. Simpatia e pena, eppure nel suo gesto c’era anche dell’eroismo, per quanto patetico.
Provate voi a fare la pipì li dentro
Palleggi, Palleggi, Palleggi
Superare l'ostacolo del corpo nella maniera giusta, come un torero con la sua veronica non è da tutti. Palleggi, palleggi e palleggi ancora in un pomeriggio. Quel bambino, solo col suo pallone, passava ore, pur di superare i tocchi che si era prefissato mentalmente di fare. Non allegro, ma assorto, pienamente consacrato al dio pallone, estraneo al mondo. Una buona approssimazione alla felicità, alla disponibilità altrui, all'amicizia nel gioco di gruppo. Per questo cominciai a scrivere per la sfiga di molti. In porta ero sicuramente meglio, la gente era stupefatta, più fatta che stupe, nel vedere un bambino parare come un maggiorenne. Scherzi a parte, in porta ero il migliore, al punto che agli allenamenti non andavo quasi mai, ma la domenica mattina, la mitica maglia numero 1 la indossava il sottoscritto, per la griffa di molti. Eppoi chi di voi mi conosce lo può confermare. 









Plana il giocatore foca 
Nulla a che vedere, comunque, con il cosiddetto giocatore-foca, l’animale ammaestrato capace di palleggiare per ore e ore nei modi più diversi, utilizzando tutte le possibili e immaginabili parti del corpo umano. Lo vedi con la palla dietro la nuca, o immobile sul capo, mentre ti fissa sorridendo, o ancora ipnotizzato in una serie infinita di tocchi tra spalla, coscia, ginocchio. Tutte cose che in genere scompaiono sul campo, quando basta una spallata dell’avversario per far crollare quella scintillante cristalleria di gesti. La brutalità dell’azione serve difatti a ricordare come questo sia uno sport di squadra, in cui lo spazio del puro gorgheggio è forzatamente ridotto. Allora vedi quei poveri virtuosi, quegli estenuati calligrafi del calcio, sedere tristi in panchina, con tutto il loro catalogo di mosse prestigiose, in attesa di entrare verso la fine della partita, magari per piazzare un unico colpo di tacco che ricordi alle folle, almeno un attimo, la gloriosa esistenza del dandysmo.
Pettorali famosi

Analoga alla pratica solitaria e ossessiva
del palleggio oltrechè del cazzeggio, ricordo la consuetudine dei cosiddetti passaggi (giochiamo ai passaggi?). Passione comunitaria, questa, che spezza l’isolamento anacoretico del solipsista, ma senza ancora aprirsi al calcio vero e proprio. Una bella via di mezzo, una simulazione dell’agone, ma tutta amicale e gioiosa. Non c'è alcuna violenza, ma solo la sorridente circolazione della palla, che gira dall’uno all’altro, equamente distribuita. Sono i famosi “due tiretti”. Anche quando c’è il goal, l’esultanza resta neutra, astratta, perché manca del tutto la smania belluina, la frenesia che invece caratterizza ogni partita. Siamo alla pura estetica. Viene apprezzato il gesto, indipendentemente da chi lo compie. E’ un limbo, l'unico limbo ammesso nell’universo del calcio. Ma è anche vero che il calcio è un gioco ma anche un fenomeno sociale. 
C'è piùcalcio in tv
che nella osteoporosi
Smania e frenesia mi fanno venire in mente un lungo tirocinio che svolgevo, anno dopo anno, in un piccolo campetto privato, dove la ressa e la rissa venivano portate all’estremo. Ci ritrovavamo li quasi tutte le domeniche, in dieci, venti, troppi per quel recinto angusto, ricavato accanto a una serie di gabbie per cani (ma forse in origine per polli o galline). Fatto sta che la vegetazione aveva invaso lo spazio, e dagli alberi pendevano lunghi, intricati rami che piombavano, a mo' di baobab, giusto in mezzo al terreno di gioco. Era appunto questa la specialità: vinceva solo chi sapeva orientarsi in quella giungla, chi conosceva i passaggi segreti fra i cespugli, chi prevedeva le traiettorie sghembe dei tiri scagliati alla cieca contro quei viluppi arborescenti. Vinceva la guida, lo scout, il montanaro pratico dei tratturi. Per questo era inutile cercare di attaccare, dato che l’avversario, scaltro come un Sioux, spariva nella macchia, per poi sbucare indisturbato dal nulla, proprio davanti alla porta, e segnare.
Nulla è più ampio della gioia di questo bambino
perché è la persona più libera del mondo


 Bella donna o bella partita 
non ho dubbi: la     seconda
Talmente stupido da farmi immortalare come un portiere in volo. Il fatto di essere stato solo un bambino, non mi discolpa. La mia vanità mi spinse alla simulazione più ridicola. Immaginatemi, a dieci o undici anni, sdraiato sulla spiaggia mentre mimo una parata in tuffo. Non esistevano ancora computer e Photoshop, ognuno si arrangiava a modo suo, ma quello scatto in bianco e nero continua a farmi soffrire. Sarò per sempre disteso sulla rena, col pallone ben saldo fra le mani, e l’espressione di chi sta planando. Perché mi sto buttando, è chiaro: non si vede? Sono un portiere in volo. Il resto è poesia in movimento.
Italia contro Germania, 4 a 3, la partita storica del calcio


Momenti di
GLORIA



















Era una sera d'estatequando giocavano Italia contro Germania (4 a 3) e che contrasto vissi, durante quella partita! Chissà perché, mi ritrovai a vederla con mio padre, in modo tale che feci esperienza dell’epica in cucina. Quel lungo altalenarsi di risultati mi parve elettrizzante, insostenibile emotivamente, ma a lui dovette sembrare intollerabile. Ecco perché ricordo soprattutto i supplementari. Dopo il secondo pareggio, infatti, non ce la fece più e se ne andò via, lasciandomi da solo davanti alla televisione. Si rinchiuse nel bagno. Cosi, per tutto il primo tempo supplementare dopo che Schnellinger segnò il pareggio all’ultimo minuto. Lo chiamavo e lui chiamava me per sapere come andava, per sapere cosa si stava perdendo o vincendo. Tuttavia non poteva, non poteva guardare. Temeva per il cuore. Finché me lo ritrovai di fronte, proprio dietro lo stipite della porta, come un’anima in pena, chiamato dalle immagini, ma insieme dalle immagini respinto, come un lupo mannaro, come una fiera che vaga intorno al fuoco, impedita dal fuoco. Solo alla fine corse ad abbracciarmi, sciolto dal suo incantesimo, felice perché libero: più felice di me.
Orgasmi sotto al
sole

Quando   una donna ti fa cambiare vita e rotta, è roba da ridere, ma quando ti fa cambiare la squadra di calcio del cuore, la situazione, allora, assume sembianze mai previste per evenienze del genere, è, come si dice, una questione seria. Tutti questi giochini mi divertono, ma quanto sono lontani dal vero calcio! Basta prendere un pallone di cuoio, magari di quelli vecchi, che si gonfiavano conficcandoci dentro un ago gigantesco. Una via di mezzo tra l’iniezione di Buscopan antidolorifica e il palo di frassino usato per inchiodare i vampiri. Ecco, con un oggetto simile, addirittura bagnato, pesante e ortopedico, proviamo adesso a giocare contro un muro, da soli, per una metodica seduta di allenamento. In cortile non c’è più nessuno, è pomeriggio, ha appena smesso di piovere e si sentono solo i colpi lenti della sfera che batte e rimbalza, echeggiando fin nella tromba delle scale. Rimbombi profondi, cardiaci e il rimbalzo. La mia infanzia è segnata da questo metronomo. È cosi che ho imparato il controllo di palla.
Ricorda che:
Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa
per la strada, lì ricomincia la storia del calcio

L'Epopea       dei palloni 
 persi o bucati
Sono le briciole di Pollicino che dovrei ritrovare per risalire il sentiero di casa. Quanti palloni! E ovunque. Nei fiumi, innanzitutto, che appena toccata l’acqua, scappano via veloci. Nei laghi, più pacifici, ma non meno insidiosi. Qualcuno al mare, molti sopra gli alberi, incastrati sui rami più alti a formare un groviglio inestricabile, una specie di simbolo araldico. E quanti finiti bucati! Quelli di plastica leggera, che volavano via alla prima brezza (“a vento”, si diceva, guardando le inverosimili parabole tracciate quando li si colpiva con violenza), ma anche gli altri, via via divorati dai cespugli, dai vetri, dalle spine. In definitiva, non c’è pallone che non si sia perso o forato. E forse tutto questo vorrà dire qualcosa.






















Tanto vale ammetterlo
Anch'io sono    tifoso, mio malgrado. Da piccolo, come tutti i miei compagni, menavo a memoria la formazione della Juventus e dell’Inter, come quella del Cesena, finché scelsi la squadra del cuore, la Juve. Solo che, ad un certo punto, le delusioni diventarono troppe e fu allora che, da un giorno all’altro, decisi di smettere. La scelta si abbatté drasticamente su queste mie abitudini di vita. Basta con i goal, basta con le pagine sportive. Le giornate si dilatarono immediatamente. Da allora non sono più tornato indietro. Tuttavia, sin dal sabato senza dare nell’occhio, inizio a informarmi e la domenica la selezione dei canali appare molto più irrequieta del solito. Perché, pur evitando di confessarlo apertamente, io voglio, voglio sapere il risultato e questo risultato mi cattura come un osso di seppia. E’ un sentimento strano, che mi spinge a aggirarmi per casa come un rabdomante con la sua forcella. Voglio sapere e insieme non sapere. E cosi, dopo cinquantenni tondi come un bel culo di signora, quel morbo lontano continua a possedermi, senza che abbia trovato alcun antidoto.
Si preparavano gli schemi col Mister, figura mitica, al pari di un Totem















Nello sci e nel cavallo
non si segna
“A me io lo   sport che preferisco e il calcio. Perche si segnano molti gols, mentre nello sci e nel cavallo non si segna neanche un gols”, da “Io speriamo che me la cavo” di Marcello D'Orta. Questo allontanamento dal calcio mi fa venire in mente una particolare fase del gioco relativa al recupero dei palloni finiti fuori dal campo. Anche in quel caso, si trattava di fermarsi e uscire dal vivo della partita. Chi aveva spedito la palla lontano dal terreno, aveva ovviamente l’obbligo di andarla a riprendere. Ricordo in particolare un periodo in cui mi incontravo sempre con lo stesso gruppo, nella casa di un amico situata in aperta campagna. Dietro una delle porte si stendeva un muro di recinzione e ogni tanto avveniva che un tiro lo superasse. Il designato, allora, si dirigeva all’uscita, per cominciare la ricerca del pallone.
Mio babbo al circolo velico di Ravenna di cui faceva
orgogliosamente parte essendo stato pure nelle Truppe San Marco, uno sburò! Pensare che a me ogni divisa mi fa schifo
Amore respirato

Che strana sensazione!
C’era un momento preciso in cui io e mio padre ci dimenticavamo di tutto, delle nostre piccole tragedie. Dalle paranoie all’incomunicabilità, dalle assenze alle mancanza d’affetto reciproca, dalla freddezza all'indifferenza. Questo strano fenomeno avveniva la domenica pomeriggio, quando alle 12 partivamo dalla stazione di Forlì per andare a vedere il Cesena che all’epoca militava in serie A. Avevo 13 anni e col babbo, ch’era stato scelto dal battaglione san Marco per la sua stazza corporea non indifferente, mi sentivo sicuro anche quando la curva esplodeva per un gol o c’erano delle risse fra tifosi. Una volta mi sono infilato sotto il suo cappotto e ricordo ancora che ha gridato a voce alta alla gente che premeva: "Oh, chelma, i que cu'ie un bambi" cioè io. La ressa a quell'età fa paura davvero, che paura in tutto il corpo, però con mio babbo sapevo che non poteva succedermi nulla di brutto. Eravamo noi i più forti, perché da bambino ragioni così, semplicemente.
Io e mio babbo alla ricerca di un campetto per tirarmi pallonate e volare per prenderle e dimostrare quanto ero bravo tra i pali


Per questo i bambini sono santi. Solo per il fatto d'essere bambini e vivere. Mentre ci si avviava, le urla e il chiasso cessavano pian piano. Poi, di colpo, non appena superato il cancello, ci si ritrovava in mezzo ai prati, in una distesa che correva a perdita d’occhio. Il verso di un uccello, il freddo improvviso, il vento, in una natura estranea e vicinissima. A volte, dopo aver visto la palla, fingevo di non averla ancora trovata, per rimanere un altro po' nel nulla, estasiato, sospeso nel silenzio. Poi, dopo qualche istante, tornavo alla partita, dimenticando quello spazio muto che ci avvolgeva, al di là del muretto. Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d'accordo. Posso assicurarvi che è molto, molto di più. E poi, cosa sarebbe il calcio senza di me?










mercoledì 18 giugno 2014

Gabo, un secolo a Macondo

   Marquez
 scrittore a
Macondo
         di Matteo Tassinari 
Ogni scrittore sa che la prima battaglia di un'opera si combatte quando se ne redige l'inizio. E’ a partire da lì che l'autore può sedurre il lettore, tante volte distratto se non diffidente o peggio ancora indifferente, o perderlo addirittura del tutto, definitivamente. Quando il grande scrittore Gabriel Garda Marquez (1927-2014), scrisse le prime frasi di “Cent'anni di solitudine” (già il titolo è una magistrale stoccata), imbroccò la dimensione giusta: “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”. La magia del narratore ci sta per intrappolare.
Macondo, era un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano...
Realismo magico,
del quale Marquez fu maestro, è imprescindibile allontanarsi nel tempo, narrare lo straordinario e il solito alla stesso modo, con la stessa intensità, assegnare ai ricordi il valore del mito, e tutto ciò con la massima scioltezza, è materia di grandi Narratori, proprio con la "N" maiuscola. In questo caso, con la “M” di Marquez, maiuscola, colui che ha ridato vita e dignità alla cultura dei popoli sudamericani, rendendoli protagonisti come tutti gli altri abitanti del pianeta, grazie alle vicende profonde, vive, crude, aspre, ma sempre riuscite, mai scollegate dalla realtà e stanchi come esausti di essere considerati gli ultimi della terra. "Sono latini i popoli più solari" era l'opinione dei Paesi sudamericani del narrante.
Il Narratore
 architettonico
Munito e abile nella narrazione, agevole, fluente, spedita e disinvolta a tutto e a tutti, Marquez è lo scrittore prospero e potente, continuamente pervaso di un’ironia tagliente, quasi inevitabile, data dal destino, che in Sudamerica è visto da molti come la voce misteriosa di Dio.
Grande amico del poeta Alvàro Mutis, che come lui era colombiano ed entrambi provenienti da quella formazione culturale legata a filo doppio ed estremamente all'umanesimo moderno o odierno, non importa la definizione attuale, il punto di partenza è l'uomo coi suoi bisogni, i più profondi e quelli più semplici, ma che tali non sono mai. Fu proprio Mutis ad ispirare Fabrizio De André nel suo ultimo album "Anime salve", e in maniera particolare nella fantastica "Smisurata preghiera" che forse sarebbe più corretta definirla un'invocazione, più che una canzone, seppur di livello molto alto. Faber scoprì l'ennesimo tappeto di nuovi e stupendi versi, quelli della summa del "Gabbiere di Maqroll" e il suo "consegnare alla morte una goccia di splendore".
Alvàro Mutis poeta scrittore colombiano
Il Diniego di Pasolini
I suoi capolavori strutturati da complesse tocchi architettonici narrativi, spesso intrecciati fra materia e mistero, storia e leggenda, con una struttura di interpretazione molteplice di livelli di lettura, soprattutto metaforico, con un uso sapiente di allegoria ed figura retorica di tipo sintattico. Doveroso ricordare lo sfregio che Pier Paolo Pasolini volle fare allo scrittore sudamericano, definendolo un grande bluff in suo “Scritto Corsari” pubblicato dal Corriere della Sera, dove lo definiva un furbo della rivoluzione socialista in sudamerica, contigua con potere spessi affiliati alla Cia.
Contin
l’intellettuale
italiano:
Márquez è indubbiamente un affascinante burlone, tanto è vero che gli sciocchi ci sono tutti cascati. Ma gli mancano le qualità della grande mistificazione (Dante fu un mistificatore?, è la domanda che un dantista tedesco pose all’orecchio di un suo collega, come riferisce Contini?
Se Cent’anni di solitudine, romanzo considerato come l'opera maggiore dell'autore pubblicato originariamente da una casa editrice Sudamericana di Buenos Aires nel 1967 e in seguito è stato tradotto in trentasette lingue vendendo la bellezza di 25 milioni di copie: "Ricorda un po’ Il Gattopardo, anche per gli equivoci che ha suscitato nella palude del mondo che decreta i successi letterari, questo significa che fra Tomasi di Lampedusa e Marquez non ci sia molta distanza". Così Pasolini su Marquez, e non aggiungo, ne tolgo nulla. Lascio il giudizio singolo ad ognuno, senza condizionare nulla, tenendo la mia opinione per me  auguri.
L'ispirazione
non         avvisa
“Lo scrittore colorato”, come lo definì la scrittrice cilena Isabel Allende, ha comunque dato alla letteratura latina la consapevolezza della propria individuale coscienza, dei propri codici sociali, della propria identità, connettendo la cultura del vecchio continente con il Pianeta intero, non per attaccarsi alla nefanda globalizzazione, semmai per non essere da essa schiacciati, conservando la tradizione del loco latino in un mondo che possa sorgere e risorgere.
La scrittrice cilena Isabel Allende 
   Un mondo    che 
     aprirà la    vena               creativa
di numerosi narratori sudamericani dal 1960 fino ad oggi. Divine l’egida popolare del suo mondo, il simbolo maximo, l’insegna irreprensibile della sua chimerica, epica, mirabile, immaginaria Macondo, la zona periferica, il settore di cinta della povertà dignitosa del fondo del fango, costruito con superbia utopia e ironia dalla fantasia clemente quanto fervida di uno scrittore colorato nei sentimenti espressi suoi suoi libri, che predilige "il loco" per dimostrare dove avviene "il tutto", perché Marquez quando scriveva era capace di scrivere per tutto, s'avvertiva l'ampiezza data identità minore, dalla Colombia ad oggi. Per questo, oggi Marquez è ritenuto lo scrittore più famoso e affermato in lingua spagnola dopo Miguel de Cervantes nel 17esimo secolo. Marquez ha raggiunto una celebrità letteraria che ha originato paralleli con grandi autori della letteratura, da Mark Twain a Charles Dickens, oltre a produrre, col suo stile, tanti altri narratori.
Isabel de Macondo, paesino di fantasia di Centanni di solitudine


Un secolo
di libertà
Il 1967, per Marquez, è l'anno della completa e totale affermazione mondiale. Scrive il suo capolavoro che lo porterà sulle vette del mondo: “Cent'anni di solitudine”, autentico diamante del cosiddetto "realismo magico". Il libro ha un successo irresistibile, fino ad essere riprodotto in 37 lingue, e stampando ben 60 milioni di copie, risultate lo stesso insufficienti in certe zone del mondo, dove il libro non è riuscito ad arrivare nonostante la richiesta.
Un libro   contagioso,
solo a partire dal
meraviglioso titolo e tutto l'immaginario che ne può scaturire, in letteratura mai lessi titolo più bello. In Spagna, solo la Bibbia ha venduto più delle opere di Gabriel Garcia Marquez, lo "scrittore colorato", in Spagna conosciuto proprio con questo soprannome datogli dall'Allende. Nel 1973, dopo il colpo di Stato in Cile, torna la passione civile per il Socialismo sudamericano indipendente dall'Impero Usa, tornando a scrivere per molte riviste, anche col cipiglio rivoluzionario, reporter su reporter, sul campo e lascia per due anni la letteratura per dedicarsi a quelli che definiva: "Le ingiustizie dei grandi a scapito dei più poveri". Critica apertamente il dittatore cileno Pinochet per la sua assoluta ferocia e la sua Polizia violenta e criminale, colpevole di aver ammazzato migliaia di persone fra attivisti politici e civili, oppure solo perché appena sospettati.
Augusto Pinochet, l'ordine pubblico grazie
alla tortura e pena di morte in Cile negli anni '70
   L'autunno
   del patriarca
Nel 1975 riprende il suo cammino di scrittore con "L'autunno del patriarca" dove effettivamente la tematica fondamentale espressa dal romanzo è che l'esercizio del potere porta ad una vita senza reali rapporti umani ma drammaticamente solitaria. Nel 1981, poi, pubblica Cronaca di una morte annunciata. Non poteva mancare il premio Nobel per la Letteratura. Lo vince nel 1982  Nobel. E’ innamorato dal socialismo e dalla sua concretizzazione nel mondo Latino.
Questo lo porta ad avere forti simpatie per l’ex leader venezuelano Hugo Chávez. Poi, giusto per non lasciarci soli, s’inventa un altro capolavoro. Alla fine di tutto, penso che il suo aforisma che suona così: "Non c’è atto di libertà individuale più splendido che sedermi a inventare il mondo davanti ad una macchina da scrivere” è la frase che esprima meglio di tutte la natura umana di Marquez, il suo temperamento basato sul'impero della fantasia, forse anche come antidoto alle angustie sociali che i popoli sudamericani sono abituati a dover soccombere. E non è affatto retorica!
Bogotà, nove milioni di abitanti, divisa in 20 quartieri

L'amore      al tempo 
dell'Aids
E’ il 1985. Nasce “L'amore ai tempi del colera”, dove pensa all'amore come ad uno stato di grazia, non come ad uno strumento per raggiungere un fine, ma come l'alfa e l'omega, in se stesso compiuto. Fa dire a Florentio Ariza: “Io sono una nullità, non guarirò mai fino alla fine dei miei giorni. La fiamma dell'amore mi ha colpito e brucio senza rimedio. Lei è una spina piantata dentro di me, è parte di me ovunque io vada e ovunque lei si trovi”, il resto rimane solo da leggere. Subito.
Nel 1999 viene colpito da un cancro linfatico, ma riesce a sconfiggere la malattia. Nel 2002 pubblica la prima parte della sua autobiografia Vivere per raccontarla. Nel 2005 torna alla narrativa con quello che è il suo ultimo romanzo, Memoria delle mie puttane tristi. Lo scrittore messicano Jorge Volpi scrive che due figure si ergono come maestri delle lettere latinoamericane: Jorge Luis Borges e Gabriel Garda Marquez.
Jorge Luis Borges

  il clima era meno

floreale
Osserva che da lontani non potevano sembrare più opposti perché (uno “bronzeo e malinconico” e l’altro “spigliato e schiamazzatore”, uno “malgrado sé stesso vicino alla destra” e l'altro “vicino alla sinistra di Fidel Castro”, incarnano cammini antitetici. Uno liscia ogni spigolo e ogni angolo, “frastorna le parole”, l’altro è “un torrenziale demiurgo di genealogie e prodigi”. In effetti, due anni prima di ricevere il Nobel, Marquez scriveva in riferimento a Borges, che fu sempre al Premio: “E’ lo scrittore con più alti meriti artistici in lingua castigliana”. Da parte sua, l'argentino, che raramente menzionava i suoi contemporanei, e si scusava dicendo che la cecità gli impediva di leggerli, quando gli dissero che Marquez si era manifestato sorpreso per aver ricevuto il Nobel prima di lui, rispose con il suo proverbiale stile: “Ebbene, devo essergli grato per questo errore: lui lo merita e io no”.
Cartagena de Indias
Arare il mare
Un romanzo come "Il generale nel suo labirinto", del 1989, costituisce un vero contributo della letteratura alla storia. È un'opera su Simon Bolivar, presentato quando, dopo aver rinunciato alla presidenza della Gran Colombia, lascia Bogotà per viaggiare a Cartagena de Indias attraverso il fiume Magdalena, alla volta dell’Europa. La morte lo sorprende in viaggio. Il personaggio è presentato anche nelle sue contraddizioni con vera magistralità.
      Si tratta di chi,
dopo avere liberato mezzo continente, si lamentava alla fine di “aver arato nel mare”. Verso la fine del suo discorso in Svezia, Marquez confessò: “Di fronte alla sconvolgente realtà che nel corso di tutto il tempo umano è dovuta sembrare un’utopia, noi inventori di racconti, che crediamo a tutto, ci sentiamo in diritto di credere che non sia troppo tardi per iniziare a creare l'utopia contraria. Una nuova e impetuosa utopia della vita, in cui nessuno possa decidere per gli altri perfino sul modo di morire, dove l’amore sia possibile e la felicità anche e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano, per sempre, una seconda opportunità sulla Terra”.
Molti anni dopo, di fronte al plotone... 
In un borgo   della    Mancia
La giornalista argentina Graciela Melgarejo indicava che pochi inizi di un’opera letteraria in spagnolo saranno ricordati come questi due: “In un borgo della Mancia, che non voglio ricordarmi come si chiama” e “Molti anni dopo di fronte al plotone di esecuzione", incipit da feticisti perché si conosce l'autore. Due memorabili punti di partenza.
La straordinaria capacità narrativa che ha distinto Marquez, è diventata con il tempo proverbiale e celebre, palese e notoria. Oggi, ma non è il caso di Marquez, è possibile raggiungere la fama senza perdere il beneficio dell’anonimato. Si diventa famosi così in fretta, che di solito non se ne accorge nessuno. Perché non è facile abbandonare i racconti o romanzi di Gabo, anche solo per riprendere fiato. Qualcosa di ipnotico scaturisce dalla penna dell’autore di “Il generale nel suo labirinto” e di “Dodici racconti raminghi”, e crea complicità che noi lettori non sappiamo evitare. La gentile dismisura di personaggi e paesaggi è, in fondo, una metafora della natura e della storia di un continente. Con il sorriso e il suo modo affabile, così come la prosa, Màrquez rivendica tuttavia una giustizia e una dignità che costatava vilipendiate in molti Paesi dell'America Latina.

Non sono ricco, sono
un povero coi soldi
La tempesta e poco dopo il sole senza incertezze,
vivere al mare è un modo di essere.
Anche nella precarietà degli affetti, del lavoro,
delle situazioni si impara un certo equilibrio,
una rete di abitudini, forse sopravvivenza, 

Come un attimo senz’aria

Macondo y mariposas amarillas



Mauricio Babilonia
Da lì, il suo comunismo, la sua rabbia con le grandi potenze, il suo sogno di un orizzonte sociale più equo. Nel discorso in occasione del premio Nobel nel 1982 affermò il suo impegno civile: “L'originalità che ci viene riconosciuta senza serve nella letteratura, ci viene poi negata con ogni tipo di sospetti nei nostri difficilissimi tentativi di cambiamento sociale.
Perché pensare che la giustizia sociale che gli europei d'avanguardia tentano di imporre nei proprio Paesi non possa essere anche un obiettivo latinoamericano con metodi diversi in condizioni differenti? No: la violenza e il dolore smisurato della nostra storia sono il risultato di ingiustizie secolari e amarezze inenarrabili, e non una congiura ordita a tremila leghe da casa nostra. Tuttavia, molti dirigenti e pensatori europei lo hanno creduto, con l'infantilismo dei nonni che hanno dimenticato le proficue follie della loro giovinezza, come se, non fosse possibile altro destino se non quello di vivere alla mercé dei due grandi padroni del mondo. È questa la dimensione della nostra solitudine”.
Dea, annunzia el
ritorno
Fermina Daza era in cucina ad assaggiare la minestra per la cena, quando udì il grido di orrore di Digna Pardo e il baccano della servitù e poi quello del vicinato. Buttò via il cucchiaio per assaggiare e cercò di correre come poteva col peso invincibile della sua età, gridando come una pazza pur senza sapere ancora cosa stava accadendo sotto le fronde del mango e il cuore le si frantumò quando vide il suo uomo supino nel fango, già morto in vita, ma che resisteva ancora un ultimo minuto al colpo di coda della morte affinché lei avesse il tempo di arrivare. Riuscì a riconoscerla nel tumulto attraverso le lacrime del dolore irripetibile dovute al morire senza di lei. La guardò, per l’ultima volta. Per sempre. Con gli occhi più luminosi. Più tristi. E riconoscenti che lei gli avesse mai visto in mezzo secolo di vita in comune, riuscendo a dirle con l’ultimo respiro. “Solo Dio sa quanto ti ho amata”. 
                           da l'amopo ral temr rel colea