Notti notturne

lunedì 3 dicembre 2012

Memorandum tossicman

Io a 8 anni, già incazzato. Il mondo non è posto per me
    Serpico a Forlì   



         di Matteo Tassinari
Stavo sbollendo uno dei miei tanti sballi in piazza Saffi, quella centrale, sotto i portici della chiesa san Mercuriale. La mia residua attenzione fu rapita da una serie di camionette di Vigili Urbani e Questura e auto in borghese più un blindato per eventuali viaggi verso le prigioni. Ai miei occhi, già di loro espressione di una vasta e forte alterazione in corso, sembrava di assistere allo sbarco in Normandia. In realtà era una delle tante retate del corpo Vigili Urbani sezione antidroga, capitanata da un certo Tatti che aveva sollecitato anche la Polizia capitanata dal commissario De Viola.
Psiche
rov ente
Lo chiamavamo Serpico (o Eliminatore Rovente) e come per tutte le uniforme, non eravamo altro che rifiuti tossici. Tatti, nel suo potere, si trastullava a tutore impavido della legge, tracotante, aggrovigliato nelle proprie forsennate pulsioni da capo-branco o mandriano, destinato a perdersi nei confini devastati della sua realtà in una ciurma malsana. Una fiumana infinita e ardimentosa di prodi temerari, manco fossimo dei narcotrafficanti. Aspirava a salire di grado, Tatti, perché si sentiva il più in gamba. Per assicurarsi uno scatto di carriera si dedicava a giochini di cui era maestro: trucchi, anche abietti, per danneggiare e confondere eventuali rivali. Tatti era un umiliatore per vocazione. In lui, era innato il senso del potere ‘sbirresco’, nel senso più deleterio del termine, quello che ti fa sentire un Eliminatore per giustizia personale e sociale, quindi autorizzato dalla società civile, legalizzandolo a prenderci a schiaffoni solo se gli andava. Una persona orribile, che avrei preferito non conoscere mai.
Federico Aldrovandi, ucciso la notte del 25 settembre 2006
dopo una colluttazione con una pattuglia della Polizia
Terminator
a Forlì
Un uomo prigioniero di un cervello arroventato, vittima della propria personalità patologicamente scissa. In tanto baccano mentale, penso che si sia fatta ampio spazio l’idea che la verità umana di noi tossici, non poteva che essere cagata, stracciata, deforme e falsa. In tale disfacimento psichico, c’era posto solo per l’inutile ragionevolezza che proveniva dalle sue viscere più brulicanti. Qualche volta penso che la gente comincia a bucarsi soltanto perché, senza neanche rendersene conto, ha una gran voglia di un pò di silenzio.


Tatti era soggetto che al confronto Rudolph Giuliani diventava un cricetino domestico. Tutto ciò con i dovuti distinguo, perché tra essere sindaco della Grande Mela o responsabile del corpo antidroga dei Vigili Urbani di Forlì, in mezzo ce ne sta parecchio di lerciume. Ma vai a parlare con uno che sente scorrere nelle sue vene il sangue dei giusti. Comunque sia, si capiva al volo che di noi tossici, a Tatti, gliene fregava quanto gli importava del puzzo che proveniva dalla sua bocca. A lui interessava l’innegabile fatto che gli avevano assegnato una squadra di uomini - fino al giorno prima dediti al far multe nelle aree cittadine come quella dello stadio oppure in quella adiacente al mercato popolare - per poter giocare un po a Terminator alla prese con un’ipotetica Los Angeles proiettata verso il Duemila, zeppa di criminali e narcotrafficanti da sistemare e raddrizzare la spina dorsale.


Per 20 grammi
di cocaina

Purtroppo per lui e per le sue ambiziose aspirazioni di carriera da inquisitore della profonda Romagna eravamo a Forlì, cittadina estesa fra Cesena, Rocca San Casciano, Faenza e Lugo e i quantitativi di droga difficilmente superavano i trenta o quaranta grammi d’eroina. La cocaina non esisteva neppure, perché come giungeva, spariva in un lampo nelle nostre vene. Come arrivava in piazza rimaneva il tempo per preparare l’impasto e scioglierla. Venti grammi di coca potevano scomparire nell’arco di una giornata meno uggiosa delle altre (per chi se l’iniettava) a causa della sua azione potente, invasiva e velocissima. Tornando alla retata di Tatti e del suo plotone di uomini cazzuti, ricordo che ci portarono alla centrale, per lasciarci, singolarmente, ognuno in una stanza diversa
    Gli     altrui fiori               del male              

Mio caro, e ci posso far qualcosa io se il giglio è pederasta, se puttana è la rosa, lesbica è la vaniglia? E il narciso, quello specchio di candore, si masturba quando è in petto alle signore. Misero pasto delle passioni. Levai la testa al cielo per trovare respiro e mi sembrò giungere dalle stelle per pungermi con malefici bisbigli, e il firmamento mi cadde addosso come una coltre di spilli. Prono mi gettai sulla terra bussando con tutto il corpo affranto: basta! Basta! Ho paura. Dio, abbi pietà dell’ultimo figlio. Aprimi un nascondiglio al di fuori della natura”.
     Aldo Palazzeschi: "I fiori"


 Dolce, dolcemente
"Dolce dolcemente, a un passo, dall'infinito abisso, d’amore parlasti al mio senso corroso, al mio intelletto tarlato, al mio urlar rugginoso, al mio cuore intristito, al mio voler putrefatto. Dolce, ti avvicinasti, e teneramente fosti Madre, Sorella, Puttana, Sposa
Enzo Fabiani, "La sposa vivente"
         ""Mi depositarono in cella tutto il giorno"
Quei signori della serie "adesso mettiamo a posto tutto noi", gonfi e tronfi di un insano senso della giustizia e privi d'ogni opera umana, avevano a che vedersela con tossici allo stato puro, per di più malconci. Non criminali, figuriamoci mafiosi. Ma la dura legge tra la via Emilia e il West, secondo il Tatti-pensiero-forte, non ammetteva distinzioni di sorta. Regole rigide e poche, come le idee. Così ci riservò per l’occasione un trattamento degno del defunto Pablo Escobar, noto trafficante internazionale di cocaina colombiano del fu cartello di Medellin. Non so cosa successe agli altri, so quello che capitò a me. Mi legarono con le manette ad un termosifone e per un pochetto (non riuscivo a quantificare il tempo) rimasi solo in una stanza semi vuota. C’era un tavolino, una sedia e uno scaffale. La voce aveva un effetto di ritorno come un’eco, talmente era vuota la stanza. Mi depositarono lì per un’oretta. Grazie a Dio non avevo addosso neppure mezzo grammo di haschish, per cui le mie coronarie erano abbastanza agiate, nonostante tutto.
Ci  siamo noi, Tex e il Cinese, niente paura

"Sporco drogato
di merda"


Improvvisamente si aprì la porta ed entrò uno dei segugi di Tatti, sulla quarantina, baffi spessi, pancia meritoria di aver oltrepassato il quintale e un’altezza pari a circa un metro e ottanta. Insomma, un affare d’uomo che quando ti si piazza di fronte e con fare minaccioso e catatonico ti chiede: “Dov’è la droga? Dimmelo o ti spacco il culo, sporco drogato di merda” può avere un suo certo effetto persuasivo. Perché i termini, quando portano in centrale un tossico da ‘spennare’ (come ho sentito dire da due poliziotti) sono questi. Sono, o almeno erano, cazzotti nella faccia a pugno chiuso o dita chiuse di botta nel cassetto del tavolo, oppure tirate di capelli fino allo strappo delle ciocche. Infine eccolo, dopo l’ingresso di un’altro segugio. Prima di vederlo ricordo di averlo sentito schiamazzare a voce alta, un metodo per incutere in me riverenza e timore nei suoi confronti. Eccolo, in tutta la sua folgore. Era in borghese. O meglio, era in assetto di guerra: blue jeans scoloriti e strappati, stivaletti di cuoio nero e borchiati, un’ancora marinara finta tatuata sul braccio, occhiali Ray Ban scuri appesi alla camicia a fantasia aperta sul pelo nero del petto. Tatti pensava che noi non lo conoscessimo e per questo si adoperava in travestimenti ridicoli. Una volta cercò d’intrufolarsi fra noi, chiedendoci della roba col passamontagna per non essere riconosciuto e masticando la voce nel tentativo assurdo e patetico di non farsi riconoscere. Ridicolo o meno, quel sacripante d’uomo adesso era lì di fronte a me, con lo sguardo cupo e degli strani guanti di pelle nera.
Nelle mani della     Legge  
Mi chiesi a cosa servivano, da lì a poco lo capì. Mi parlava da lontano mentre gli altri due tizi mi guardavano con occhi privi di compassione, con lo sguardo della gente che sa di essere dalla parte del giusto, per cui, da parte loro, non era possibile nessun tipo d’errore, un po’ com’è accaduto in molte comunità terapeutiche. Io ero sempre legato con le manette al calorifero, come fossi un altro elemento del termosifone. Ero in mano a quella che definiscono Legge o Forze dell’ordine. Intanto il boss della centrale blaterava chiassosamente (tutti, in mia presenza, parlavano a voce alta) e io non capivo che cosa volessero da me. Penso fosse volutamente evasivo. Tuttavia, capì che non aveva nulla contro di me e quello che cercava di "esercitarmi addosso" era mettermi un bel po di paura per incastrare chissà chi e fare il nome di un qualsiasi spacciatore di droga. Per Tatti non faceva differenza chi fosse. L'importante era riempire celle già sovraffollate.  


O    mi sbaglio?
A lui, per sua formamentis, bastava portare in carcere qualcuno per droga, una fissazione. Mi si avvicinò con un sorriso di plastica stampato sulle labbra per dirmi:“Allora, Matteo, non vorrai far stare in pena i tuoi genitori. Li conosco, lo sai. Se vuoi li chiamo al telefono proprio ora, poi gli spiego dove ti trovi e cos’è successo. Suuu, dimmi chi è che sotto i portici spaccia più degli altri. Fa il bravo, non spazientirmi! Tanto so che tu queste cose le sai. O mi sbaglio?!” con tono di voce sempre più cavernicolo e spazientito, le cose mi pare vadano anche da se. Spiegai a Tatti che ero un pendolare, che l’eroina andavo a comprarla a Ravenna e Faenza da gente di cui conoscevo solo il nome e che erano al di fuori della sua competenza d’intervento e poi i nomi li avrei inventati anche li avessi fatti: che ne so Gialuigi Carlinotti, oppure Filippo Giamberelletti. Non mi andava affatto d’incasinare qualcuno per la merdosa carriera di un lardoso privo di ogni tratto, anche primordiale, di civiltà o tenerezza. Io ero un tossico, per cui non ero certo nella situazione di esprimere giudizi equilibrati. Ma su Tatti, ancora oggi che tossico non lo sono più, la mia opinione non è affatto mutata.

L'epitaffio è tratto da un brano di Fabrizio De André

Tutto è lecito
quando     si è "illeciti"
Per farla breve, era il classico tipo fortissimo con i deboli e debolissimo con i forti. Feci capire che non avevo alcuna intenzione di firmare una qualsivoglia denuncia presa a caso dal mazzo delle pratiche, oppure di collaborare in altro modo, non so, facendo nomi e cognomi a ruota libera, senza suggerimento o senza dover sottoscrivere nulla, solo informazioni. Non era importante tanto la colpevolezza di un tossico, era necessario dimostrare che il corpo Antidroga dei Vigili Urbani di Forlì, funzionava e che quello che era considerato come un esperimento pilota, poteva divenire un esempio esportabile in altre città d’Italia. D'altronde tutto è lecito quando si ha a che fare con l’illecito. Anche l’immoralità e le botte. Gli dissi chiaro che non sapevo nulla, ch’ero fuori dal giro e per tutta risposta Tatti, oltre che ad incazzarsi, mi mollò un ceffone nella guancia destra. Perse le staffe e avvicinandosi ulteriormente mi urlò in faccia: “Guarda che ti caccio in prigione stronzo di un ladro tossico. Se non mi dici quello che voglio sapere ti sbatto dentro per un anno. Non preoccuparti per l’accusa, la trovo io”. Mi era così vicino al volto che mentre parlava, eccitato com’era e totalmente immerso nella parte di chi deve insegnare ai suoi colleghi come si fa un Terzo grado coi contro-cazzi, mi sputava consistenti particelle di saliva molto puzzolenti sulla faccia.


                
      "Rila scialo,

‘sto      qua"

Ero pronto a portare a casa un po’ di lividi. Era nel conto, anche se non avevo fatto nulla a nessuno. Pam! Pam! E poi ancora, Pam! Tre botte in simultanea frequenza alle orecchie con i palmi delle mani aperte. Avvertì un dolore lancinante che attraversava la testa tutta per varie volte, per poi vedere un’infinità di luccichii come quando la pressione cala improvvisamente. Non avevo alcuna voce in capitolo. Era chiaro, e questo mi creava ulteriore paranoia. Ero nelle loro schifose mani, a tutti gli effetti. Tatti mi parlava, anzi urlava, ma io ero così stordito che non distinguevo neppure una voce da un’altra. Le parole a quel punto erano solo suoni incomprensibili. Pam! Un’altra botta ai timpani da stendere un toro. Iniziai ad urlare e a piangere dal dolore, mentre cercavo in qualche modo di difendermi:  “Non so niente. Io le storie di roba non le faccio. Non so chi spaccia a Forlì”. E stremato mi lasciai andare a terra come chi capisce che da se stesso non dipende nulla, bensì capisce che a decidere, erano gli altri. “Rilasciatelo ‘sto qua. Io vado dai suoi colleghi a fare quattro chiacchiere” chiosò Tatti. I miei colleghi erano tossici come me, "colpevoli" come me di tante cose, non ci piove, anche se in quel momento di completa confusione non seppi identificare di che cosa.

Ti dico questo. Io ho ucciso, ma per farlo ci ho impiegato un secondo, il tempo di accendere un fiammifero, tac, di schiacciare il grilletto. Ma questi qui, nel braccio della morte, ci stanno impiegando dieci anni. E non è ancora finita”!
                                       Carcere Huntsville, detenuto prima d'essere ucciso 

domenica 11 novembre 2012

Drugo e il grande Lebowski

"Fortunatamente io rispetto un regime di droghe piuttosto rigido, per mantenere la mente flessibile".                             Da Il grande Lebowsky
Il Drugo?
La prende
come viene 

di Matteo Tassinari



Nel lontano Ovest conoscevo un tipo, un tipo di cui voglio parlarvi. Si chiamava Jeffrey Lebowski. O almeno così lo avevano chiamato gli amorevoli genitori. Ma lui non se ne serviva più di tanto.
Jeffrey Lebowski si faceva chiamare "il drugo". Già, Drugo. Dalle mie parti nessuno si farebbe chiamare così. Del resto con Drugo erano parecchie le cose che non mi quadravano. E lo stesso vale per la città in cui viveva. Però forse era proprio per questo che trovavo tanto interessante quel posto. La chiamavano Los Angeles, la città degli angeli. A me non sembrava che il nome le si addicesse molto, anche se devo ammettere che c'era parecchia gente simpatica...


Drugo voleva
solo il suo tappeto
Sospinta dal vento, una palla di rovi rotola per il deserto. Seguendola, la macchina da presa arriva sul bordo di un’altura, un pendio. In basso c’è L.A. distesa e accesa. Guidati dai rovi e dal vento, Joel ed Ethan Coen s’addentrano nella città rapiti da un modo unico di usare la celluloide e parlarci di una vicenda piccola ma grande al contempo e poi Drugo voleva solo il suo tappeto. Nessuna avidità. 
Una narrazione che c'introduce alla voce di Sam Elliot (nel ruolo dello Straniero con un cappello da cow-boy protato troppo bene). All’epoca della guerra del Golfo, racconta, c’era a Los Angeles Jeff Lebowski detto il Drugo, l'uomo più pigro del mondoAltre cose aggiunge e ancor più ne aggiungerebbe se, quando ormai la macchina da presa gli sbatte addosso e non s’accorgesse d’aver perso il filo del discorso. Ed è ora, quando il filo s’è imbrogliato a sufficienza, che il racconto vero e proprio dei Coen prende il via, con l'idea della circolarità, la struttura del film, dove cerchi e raggi convergono verso un centro, sempre lui, Drugo, che rotola, ruzzola, rimbalza come una palla da bowling. 
Jesus Quintana, interpretato da Jhon Turturro. Un autentico cameo
Il Drugo ci rapì    senza
impedimenti
E da subito è delirio di gemme cadute dalle nuvole di Aristofane, massimo commediografo greco del 446 a.C,, uno dei principali esponenti della Commedia Ellenica insieme a Cratino, nonché l'unico di cui ci siano pervenute alcune opere complete. Il Drugo stava entrando nella mia vita e non lo sapevo. Era un calda serata di settembre e un paio di amici e una dolce e sapiente amichetta, ci rendemmo subito conto di trovarci di fronte ad una pellicola unica, per certi aspetti irripetibile come lo fu per "Pulp Fiction", con il quale non ha nulla a che vedere.


Lars Von Coen
Capimmo, sequenza dopo sequenza, che alla fine c'avrebbe ridotto come il pesce lesso, ossia privi d'espressioni in quanto tutte rapite dalla veggente regia dei Coen, capaci di fondere virtuosismi e un’incredibile attenzione per i dettagli a uno stile unico come direi lo stesso per Lars Von Trier, cosciente della distanza abissale fra le due registiche agli antipodi. Come paragonare il culo di J.Lo a quello di Monica Belluccci, quale prendi?
Regia Anarchica

Intermezzi musicali ascoltati come una sorta di viaggio allucinato e allucinante, attraverso una realtà surreale, fenomenica, coloratissima, chimerica che affonda la tradizione nelle luci e nelle ombre della cultura americana più tradizionale.
Una California che ti smidolla fin dall'inizio dell tuo peregrinar in una terra così sfaticata per natura e vocazione, la città più pigra è quella degli Angeli, ti fiacca proprio l'urbanistica e il mare ti costringe a vivere in modo californiano, che è poi quello che più o meno stanno facendo ancora oggi. Solo a Los Angeles poteva nascere il re dei drughi, drugantibus o drughetto fa lo stesso se siete di quelli che mettono il diminutivo ad ogni costo. Nel lontano Ovest conoscevo un tipo, un tipo di cui voglio parlarvi. Si chiamava Jeffrey, Jeffrey Lebowski. O almeno così lo avevano chiamato gli amorevoli genitori che lo avevano concepito sotto questo cielo da sogno americano infranto dal Vietnam.
Una comicità, quella dei Coen, beffata da riflessioni amare e ironiche, acide o grasse. Che cos'è "Il grande Lebowski"? Chi  è? Forse una trasposizione di ciò che piacerebbe essere a tutti quanti, almeno per un pò. Uno che non se la prende mai, anche quando le cose "vanno in vacca". Riassumere questo film nichilista ambientato nella "città degli angeli" nel 1991 che rotola, ruzzola, rimbalza come una palla da bowling è difficile quasi quanto "Il grande sonno" di Chandler-Hawks.
La città degli angeli
Certo, perché la storia di Drugo rimanda al romanzo di Chandler e al suo stile narrativo, al confondersi dei fili della sua stessa trama. All’intrigo narrativo corrisponde una sfrenata inventiva, irriverente quanto bisbetica da ammansire. Candidamente geniale! I Coen gingillano con le regole del "noir" infilandoci citazioni di Busby Berkeley, della Bibbia, dei film western, della musica americana anni Settanta e naturalmente del loro nume tutelare, Frank Kafka che li aiuta in tutte le metamorfosi in cui i due spesso si ritrovano a dover fare i conti con situazioni strepitose, velenose, ricche d'inventiva, d'intelligenza e divertimento, d'originalità e stile, di lochi e balocchi.
Franz Kafka, lo scrittore che ha più di altri ha influenzato i Coen

Un oceano di camei
Perché, sotto la crosta ridanciana, l’equivoco su cui si basa la storia riesce a trasformarsi in una grande, beffarda parabola sull’identità. Coen Brothers allo stato puro, insomma: un godimento per la mente. Con l’ausilio di attori strepitosi: Jeff Bridges e John Goodman sono rispettivamente il drugo e Walter, eccezionali, Steve Buscemi è una bravissima spalla e John Turturro si esibisce in un cameo memorabile. Lo si vede per 5 minuti, ma si mangia il film. Un frame che dico essere il frame dei frame. Pochi istanti di vaneggio per capire che la vita andava vissuta.
E invece m’ero ritrovato
davanti una commedia zen, che faceva sembrare l’umorismo ebraico delle commedie di Woody Allen una “vanzinata”, dai fratelli Carlo ed Enrico Vanzina, sorta di fratelli Coen italiani, decisamente più all’amatriciana pecoreccia. Questo per dirvi che non è un film facile, che ha tanti ammiratori quanti detrattori; come solo un gran film può avere.
A proposito, non vi fidate delle opere che ricevono consensi unanimi. L’unanimità è sinonimo di stupidità, omologazione, conformismo. Perciò non vi scoraggiate se non riuscirete subito ad apprezzarlo. Se già, però, non ne rimarrete del tutto indifferenti, vorrà dire che questo film vi sarà entrato dentro. Tutti i prodotti artistici, siano essi film, libri, dischi, dipinti, sculture, hanno bisogno di essere guardati, letti ascoltati, ammirati almeno due volte, l’ideale sarebbe tre. Una volta per assaggiare, un’altra per capire, un’altra ancora per amare/odiare.

Gargantuesca      clip di Turturro, Jesus      Quintana
*Il Bowling , la Tana*
Eppure Drugo non è Marlowe. Non ha quel disincanto cinico e insieme addolorato e non ne sente la mancanza. Insomma, Jeff Lebowski è quello che il suo soprannome suggerisce. Dude: così è e vorrebbe essere chiamato. La traduzione italiana, Drugo, non ha senso. I drughi (droogs) erano Dim, Pete e George, violenti accoliti di Alex, lo stupratore di Arancia meccanica (Stanley Kubrick, 1971).
Jeff Lebowski, per canto suo, non è violento, tanto meno uno stupratore. E' semmai un quasi 60enne, invecchiato e tante rughe sul volto. Senza pretese e senza troppi rimpianti, un tizio fuori dai giochi, qualsiasi ad ogni gioco perché, lui, Lebowski, è troppo superiore all'egocentrismo umano di cui siamo invasi. Questo significa dude: tizio, ganzo, calmo, dedito al piacere. Nella parola c’è già il ritratto di Drugo-Dude, ragazzo invecchiato degli anni 70, indolente “atleta” da bowling, accomodante antieroe che nutre la sua soddisfatta abulia di spinelli e White russians e che solo la faccenda d’un tappeto inzuppato d’urina afro-americana ha spinto il gas, per caso, nel “giro grosso”. La sua visione stralunata e grottesca della vita nel 1998, conquistò velocemente sia il pubblico cinematografico sia i critici più spietati. Ma nessuno si aspettava che a distanza di 13 anni il suo bizzarro stile di vita sarebbe diventato il manifesto di un movimento religioso che oggi conta più di più di 100.000 adepti.
"Io sono Drugo, 
lei è Lebowski!"

L'Olimpo dell'idiozia
Ciò che ha reso memorabile il film più di qualsiasi altro aspetto, oltre alla estrema leggerezza che quasi ti coccola, èpperò la caratterizzazione dei personaggi spinti al massimo. Primo fra tutti il Drugo (in originale The Dude), interpretato da un Jeff Bridges in stato di grazia, che con questa prova ha cancellato lo scetticismo di certa critica che ne faceva un attore incompiuto. Con questa dimostrazione è entrato nell’Olimpo dei mostri sacri. Questo disoccupato di mezza età che la prende come viene, consapevole della propria marginalità in un mondo dominato dalla follia e dall’idiozia, compiacente al cinismo, ma non privo di coscienza morale e pronto a mettersi in gioco per una giusta causa grazie a reminiscenze di un passato d'attivista per la pace, è sicuramente uno dei personaggi più riusciti del cinema contemporaneo americano, grazie anche alla sua fisicità accattivante e fintamente trasandata (capelli e barba lunghi, occhiali da sole, pancetta, vestiti larghi in stile vintage provenienti per la maggior parte dal guardaroba dello stesso attore, precisò Bridges).
Una clip che vale un movie. "Il sogno lisergico del Drugo" dopo il party dal pornografo Jackie Treehorn
Si fottano i ricchi!
Premiato all’uscita da un buon risultato al botteghino ma vergognosamente escluso dalle nomination agli Oscar, Il grande Lebowski è diventato, negli anni successivi, oggetto di culto assoluto, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, dando origine ad eventi come il Lebowski Fest, che si svolge ogni anno, dal 2002, a Louisville nel Kentucky, e consiste in una celebrazione con tornei di bowling, concerti e concorsi di sosia dei personaggi del film, ad articoli e saggi come La vita secondo il grande Lebowski, e perfino ad una religione, il Dudeismo, i cui precetti si basano sulla filosofia di vita del Drugo e che ha visto, di recente, nascere una congregazione anche in Italia.
Mitico trio: Jeff Bridges, Steve Buscemi, Jhon Goodman
"Segnare una linea
sulla sabbia!"
È tanto che il suo film porta un titolo che non lo riguarda e che invece riguarda il suo doppio, nel senso del suo contrario: Jeff  “Big” Lebowski. Non a caso, i Coen glielo e ce lo presentano seduto su una sedia a rotelle accanto al fuoco, in una grandezza tragica da patriarca e miliardario che contrasta con l’insignificanza ridicola di un dude qualunque. La sola storia per cui s’appassioni è quella, senza capo né coda, imbastita giorno per giorno con le bocce del bowling, in compagnia di Walter (John Goodman) e di Sonny. Sonny non riesce mai a terminare una frase, ogni volta zittito dai suoi due soci. Il primo, veterano del Vietnam, è un Rambo da farsa, un dude ancora più dude di Drugo. Uno sciocco, un pasticcione convinto che la vita sia tutta un "segnare una linea sulla sabbia" e poi pretendere che nessuno la scavalchi.
  Jesus Quintana, il pederasta, lecca la palla prima dello snake
"Porque, non se    scherza con      Jesus"
Se potesse, più d’una volta il “piccolo” Lebowski pianterebbe in asso la storia in cui s’è ritrovato, fuggirebbe via dal film e dal suo scomodissimo, dannatissimo filo narrativo, per andarsi a sprofondare in una vasca da bagno, beandosi di fumo e alcool e ricordi patetici degli anni 70 coi Metallica come tecnico del suono. Ma, appunto, ogni volta la trama lo riprende, ora per mano d’un trio di tedeschi tonti e nichilisti (ma pronti all’indignazione, dimostrando così d’essere più tonti che nichilisti), ora per mano d’un lenone cinematografico con gusti e velleità da mafioso hollywoodiano (Ben Gazzara).
Pare dunque che, in questo loro film “minore”, i Coen si divertano a raccontare uomini che non hanno alcuna storia che sia davvero raccontabile, e che al massimo reggono la dimensione dell’aneddoto, della piccola leggenda di quartiere (un capolavoro è, in questo senso, il Jesus Quintana di John Turturro).
                    Io mi faccio ancora le
seghe a mano
Il Drugo mentre beve White Russians

Bowling, cicoria e W.R.
Persino l’epica per così dire oggettiva delle ceneri di Sonny disperse nel vento, in mano ai suoi due soci diventa una farsa, con Drugo che si prende in faccia quel po’ che resta dell’amico. E così siamo alla fine del film. I Coen ci hanno portato fin qui senza preoccuparsi di chiudere la trama relativa a Jeff “Big” Lebowski, alla figlia rapita, al milione di dollari. S’accontentano di qualche cenno, lasciandoli a noi da tirare, i fili. Sono molto più interessati a seguire il ritorno di Dude/Drugo al suo bowling, ai suoi spinelli, ai suoi White russians.
Il cappello cow boy
Ora, lo straniero con
il cappello da cow-boy ce ne racconterà delle belle sul suo conto. O lo farebbe se – c’era da sospettarlo – non riperdesse il filo. Il quale filo, chissà, forse se n’è andato di nuovo in giro tra Los Angeles e il deserto, inseguendo con gusto e piacere una palla di rovi sospinta dal vento. Un film sregolato, con una trama che si contorce su se stessa senza mai farsi decifrare con grandi invenzioni geniali. Un vero movimento tellurico, una pellicola che con un costo molto low, ha ottenuto un incasso d'entrate stupefacente, ma più di tutti s'è usciti dal cinema on la netta convinzione che questa volta non mi hanno fottuto. che però i Coen sanno orchestrare con grande ironia, intelligenza e colta cinefilia, uno spettacolo costruito e legato sempre a classici schemi narrativi e che regala una serie di esilaranti situazioni al limite del parossismo. Ambientazioni che poggiano su dialoghi allarmati, mai scontati, sempre dediti a rivelare l'ennesimo escamotage in una galleria di "preziosi" di ampia portata alla mercè di tutti, da Bridges a Buscemi, dalla Moore a Gazzara, da Buscemi a Goodman.
Lebowski finalmente solo e felicemente con se stesso, tutte e due

Anarchia colta
in regia
Regia anarco insurrezionale ad ogni criterio scritto dalle Major di Hollywood che all'uscita del movie ha storto prontamente il naso per poi alienare le proprie ragioni delle Major a quelle del botteghino e del successo popolare che il film ha inanellato nell'arco di pochi mesi per poi accrescere smisuratamente negli anni. Come gli script densi di una passione e compassione infinita, come nella scena finale, quando le ceneri del povero Buscemi volano addosso, a causa di una folata di vento indirizzata al Drugo, sopra un crostone di roccia nel Pacifico, citazioni che raccolgono un'umanità paritetica con la seconda metà degli anni '70 e la seconda metà degli '80. Concessioni a catinelle per divagazioni oniriche, con una colonna sonora dove si sentono gli Eagles, Dylan (per il quale vinse l'Oscar come Miglior brano musicale), Costello e i Creddence Clearwater Revival, una compilation variegata e funzionale. Insomma, “Il grande Lebowski” è una pellicola con tutte le carte in regola per essere ascritta alla categoria dei cult, capace di intrattenere con originalità.
Quella    sana punta di Taoismo
Ci sarebbe tanto altro da dire, ma non servirebbe nulla. C'è chi l'ha paragonato, come stile e filosofia di vita, al Taoismo. Ad uno stile di vita che non deve mai prevaricare i nostri sentimenti principali, soprattutto l'amicizia, tematica, ultimamente, svigorita di ogni suo pregio. La chiusa me la tolgo di mezzo dicendo che quando esco da una sala cinematografica e ho appena visto un film che mi ha scosso non molto, ma troppo, devo chiudere la giornata con quel film in testa, quasi incapace ad uscirne. Ripeto, solo quando capita un fenomeno alla "Trainspotting", il miglior film sulla tossicodipendenza mai girato di Danny Boyle e tratto dal romanzo di Irvin Welsh, per fare un esempio.
“Lebowski Fest" 
La notorietà raggiunta da questa pellicola è tale per cui ogni anno negli States si celebra addirittura il “Lebowski Fest”, occasione di ritrovo per migliaia di fan sfegatati, agghindati da straccioni e trangugianti White Russian in onore del loro beniamino Drugo. Il cocktail vincente servitoci dai fratelli Coen consiste nell’ampio campionario di personaggi con tutte le rotelle fuori posto, appartenenti a un’umanità marginale e proprio per ciò filosoficamente interessante. Un’umanità che ha perduto la bussola, dunque nichilista!
E il cine italiano? Bip...
Accennavo al fatto che nel film, ma anche nella realtà, ci sono due tipologie di nichilisti: i buoni e i cattivi. Questo perché i primi, loro malgrado, finiscono sempre col fare la cosa giusta, seppur per spirito d’inerzia e di malavoglia, come Drugo & Co. Mentre i secondi sono degli pseudo-artisti falliti, che finiscono risucchiati dal loro vortice di rabbia autodistruttiva, come i tre famigerati musicisti tedeschi e la donna che è Aimee Mann, la musicista che ha scritto la colonna sonora di "Magnolia" di Paul Thomas Anderson. Pensare che all’inizio il film raccolse dei tiepidi consensi, sia dalla critica sia dal pubblico. Solo più tardi si guadagnò il plauso unanime della platea conquistata dalle sue inedite bizzarrie. Il suo iniziale flop nelle sale e successivo trionfo in formato home video fa pensare a un illustre successore: "Donnie Darko" nel 2001, altra pellicola d'oro che subì la stessa identica sorte. Misteri di Major.