Notti notturne

sabato 21 dicembre 2013

Cancro come Hiroshima

Pensare il cancro

         di Matteo Tassinari
Pensare il  cancro. Come ogni grande e mortale malattia della terra e dell'uomo, il cancro è prima di tutto un "oggetto" da pensare per volgere ad un possibile miglioramento. Un corpo estraneo, vivace, sconosciuto prima, neoplasia (néos “nuovo”, plásis, “formazione”) o tumore (dal latino tumor, “rigonfiamento”), indica una massa anormale di tessuti che crescono in eccesso ed in modo scoordinato rispetto ai tessuti normali e che persiste in questo stato quando va bene, quando va male degenera fino all’approdo di buona speranza, all’epilogo della partita si spera giocata bene, come le poesie Marco di Van Basten o Michel Platinì nel rettangolo verde dove il vento scombina i capelli, mai le idee. Quando muore qualcuno di cancro, mi chiedo sempre dove aveva il tumore, chissà quale cellula lo ha determinato, quale cellula malata ha raggruppato segretamente attorno a sé altre cellule, se c'è stato un giorno preciso in cui è iniziato il golpe cellulare mentre il corpo ignaro era in un ufficio postale o al tavolo di un self-service o sul vagone di un treno o stringeva la mano a un aperitivo. In ogni caso la catastrofe più grossa consisterebbe nel persistere di un mondo in cui l'uomo ha dei diritti sul suo simile. Vale a dire quello che accade da sempre.  
La vita oltre la chemioterapia

Ripensando
alle     bufere

L'argomentare dell'oncologo e della letteratura medica, non è sufficiente, come non fornisce neppure un modo di pensarlo, un modo non dico di discuterci, ma di viverlo come parte di me, non chiamandolo più "corpo estraneo" come spesso i dottori dicono. Mi rimane indigesto, mi fa paura,  percepire il tumore come evento generico, incorporeo, elusivoimprecisato, astrattofumosoapprossimativosommario. Come le collezioni di dati, bioritmi, scopie, tomografie assiale computerizzate, geometria proiettiva, rotazione del tubo radiogeno, liquidi di contrasto e su quei dati un nugolo di mosche che discutono, confronti, idee terapeutiche, ricerche, novità, speranze, sudore, pianto. Tutto questo non arriva a formare un pensiero.

Lunga vita di
duro tormento

La religione   ripete macchinalmente le sue formule, perché è necessaria una lunga vita di tormento morale per sentire la volontà di Dio come qualcosa di reale e di presente provvidenza e misericordia che non corrispondono a quanto umanamente s'intende con queste parole. La filosofia scantona, non ce la fa nonostante le sue spalle grosse. Dai guadagni stratosferici di Big Pharma International sul cancro non si direbbe l'indotto economico che arreca il tumore come fonte a cui attingere. Il pensiero scientifico, per stagioni intere, ci ha mentito per decenni, ha indugiato, l’affronto più devastante sulle grandi pandemie, mettendo a rischio la vita dell'umanità più dolente. La peste nera e quella bubbonica, il vaiolo, il colera, la sifilide, oggetto di storici, filosofi, pensatori, romanzieri, cronisti dei tempi in cerca di esplicazioni razionali per cercare di non abbandonarsi troppo all’insondabile mistero della vita. La forza del male obbliga tutti alla sottomissione per quanto energica la nostra risposta di fronte a ciò che fugge per vite intere. Sotto a chi tocca. Si può ricominciare.

Che l'amor t'esploda
Si    entra in una killing zone, battuta, illimitata, dall'artiglieria atomica e antica, senza la minima speranza. Un chemioterapico sa bene che la cura spesso è peggio del male, nell’atroce prolungamento del dolore con l’aggiunta di altro vomito e tempo da vivere con pruriti insopportabili o escoriazioni nate dal nulla sulle gambe  e ventre. in ogni vena, mentre t'annebbiano atroci sofferenze e vecchie ricordi di grande bellezza che onora il mio cuor. Voler pensare il cancro, per cercare di spiegarlo. Ma spiegare cosa? Che i linfonodi hanno bisogno di una piallata a base di sedute di radioscopiche?
Ripensare il cancro è anche ricordare gli amici colpiti, senza illusioni per me stesso, imbarcato da più di 30anni su questa comune barca da naufragio sicuro, morti di aids o tumori causati dalle difese immunitarie basse o cd4 vicino allo zero quando dovrebbero essere 1200 copie. Pensarlo, sbagliando, sia pure. Se si rifiuta il rischio di errore si è già rinunciato a qualsiasi pensiero sul cancro e la bestia ha già vinto.
Quel che
conta è uscire
dalla nefanda e sinistra passività del silenzio metafisico, dare al tumore la giustizia che invoca, famelico, la giustizia della definizione astratta, il diritto di cittadinanza in un perimetro sacro, in cui l'odore d'ospedale non sia accolto insieme all'eterna verità. Trattarlo con riguardo perché è un enigma che la sfinge cosmica propone ai crocicchi, quando meni una vita non normale (secondo gli altri) perché farselo nemico è la fine prematurata. Non è servilismo, ma chi conosce personalmente Hiv e Cancro sono aspetti importanti, se non altro per il tempo che dedicano a te. Non ti lasciano mai solo, aspettano il momento migliore, per loro, per te il peggiore. In fondo non credo alla predestinazione. Esiste soltanto la predisposizione. Vi sono persone predisposte a morire di cancro e altre predisposte a morire impiccate, con lo stesso rigore clinico. Il cancro viene in gran parte dalla follia repressa.
Cellule in stato iniziale di decomposizione tumorale ai polmoni
“La diffusione
del canrco
La terra contiene la  vita, può contenerla e generarla senza essere vivente, perché separiamo natura organica da natura inorganica? L’inorganico io lo penso come qualcosa di puramente immateriale. Sento la musica rock come una proiezione dell'inorganico, come leggo un romanzo di Baricco per saggiarne l’inconsistenza assoluta. Anche le città invase dalle macchine subiscono un'invasione dell'inorganico. Dal mondo non vivente a quello pulsante, sono fatte di metalli e di plastica e hanno bisogno di energia inorganica.
La terra è tutta organica,
tutta vivente, interamente pulsante. Anche nel pavimento che costò il rogo a Michel Serve (teologo, umanista e medico spagnolo, oltre che dedito allo studio della Bibbia) si interessò a scienze astronomiche, meteorologia, giurisprudenza, anatomia e matematica. Fu rogato nell’ottobre del 1953 dai calvinisti. Tutta vivente, la terra, come la vide Bruno, non come lo vedono i tecnocrati dello sfruttamento e della distruzione. E come essere vivente parlo di vita come cicli, assoggettamento alla morte, morte periodica e morte definitiva. La terra è un essere mortale, è la scoperta che ci spetterà a seguire questo on the road.
Tomografia compiuterizzata assiale
Linfoma biosfera
Il sole agonizza
e agonizzerà ancora per molti decenni. I raggi cosmici, sfilacciandosi, i gas di schermo della biosfera bombardano cancro sui tessuti viventi, sui deserti, gli oceani, i ghiacciai silenziosi come i veri predatori della natura, quando sferrano l’attacco è il caos, il nulla, perché ormai è già tardi. Solo chi è stato azzannato alla gamba da un coccodrillo guatemalteco può capire, gli altri stiano zitti. Spesso ho pensato alla morte per cancro della terra, anche se non l'abitassero che i bei sauri di cui ammiriamo i meravigliosi scheletri, appare sempre meno contestabile che il suo cancro primario abbia nome uomo. La terra è piena di metastasi, molte sono già esplose come Hiroshima.
Non    esiste
cancro oggettivo
Ora,   penso che sarebbe stato più semplice per me e per voi che leggete questo trattato di medicina empirica, mi era più semplice romanzare le ore vissute con Valerio colpito da aids e tumore, chi si piace si prende e ancora per molti mesi agli infettivi. Ma deprecavo l’idea di fare retorica, o quasi, su un argomento così serio da farti piangere alle 4 di notte in bagno, perché intuisci dove ti sei cacciato, o meglio, dove la vita t’ha cacciato.
Non mi pareva il caso a giocare al Balzac su questo argomento e allora ho scelto più un taglio metafisico, alla Ceronetti, dove capisci solo dietro ad una vasta concentrazione sul testo, ma è un capire profondo, non un comprendere teorico, serve sensorialità, tanta. Tutte le epidemie si presentano velate. Chi riesce a strappare il velo e dice, senza inorridire, la faccia che ha visto, non è creduto. La prima volta che mi arrivò una voce sul cancro come evento epidemico mondiale fu negli anni ‘70, leggendo qualcosa. Si trattava dell'opinione di un cancerologo francese che commentava l’atomica di Hiroshima più o meno cosi: “E’ cominciata la diffusione mondiale del cancro”. Ce l'ho dentro ancora quella voce, quelle parole, quella infallibile profezia. Ed ero bambino. Ma è già, subito, un difficile lavoro per il pensiero operare l’allacciamento, in termini speculativi, tra lo bomba di Hiroshima e il cancro mondiale.

Era il 4 dicembre 1993, venti anni fa. Frank Zappa morì a Los Angeles per un cancro alla prostata. Negli ultimi tempi della sua vita, non rinunciò alla sua vena polemica annunciando di volersi candidare alla presidenza degli Stati Uniti in totale dissenso con la politica dell’ex presidente Reagan e con quella di George Bush. Il suo biglietto da visita o slogan era: "Potrei mai far peggio di Ronald Reagan?".



Il cancro in guerra
Siamo ad un    caso si direbbe di pestilenza che segue il carro della guerra, ma con due differenze importanti: nell'area atomizzata siamo già fuori della guerra, siamo nella passività assoluta. e già nel cuore di tenebra della peste e nell'epidemia di cancro abbiamo ormai oltrepassato ogni limite storico di tempo. Dunque, se il cancro epidemico è figlio di Hiroshima, non lo è per cause materiali. Può esserlo per cause metafisiche e se oggi dicessi che lo è lo direi da filosofo quale non sono, non da medico certo. Cinquant'anni dopo, il velo non si è ancora alzato sull'enigmatica faccia, nessuno parla ragionevolmente, di epidemia mondiale di cancro, ma soltanto, eufemisticamente, di pericolo di una diffusione sempre maggiore del carcinoma.

Pandora da scoper chiare

Sarebbe    troppo rischioso dire che il tumore e pandemico. Alzando senza paura il velo, la faccia, è là. Siamo noi, viviamo, ci muoviamo, parliamo, leggiamo, scriviamo, cerchiamo di superarci senza riuscirvi, con mille possibilità di morire in altro modo perché la Moira permane come realtà generatrice d'infinite cose, in un universo battuto da un’epidemia di tumori maligni. Un vaso di Pandora ancora da scoperchiare, chi lo alzerà quel coperchio? L'uomo cancerifica la terra con la sua presenza in eccesso e la sua attività di delirio consumistico, coi suoi pensieri criminali e con la sua impossibilità di amare al di là di quel che più strettamente gli somiglia. Solo tre o quattro poeti fra tutti hanno sperimentato l'amore infinito, gli altri hanno amato donne, uomini, vino, oppio, qualche gatto e la terra gli salda il conto, d'accordo col cielo e il sole, inondando di cancro l'uomo. “La misura della vita è dunque la differenza che esiste tra lo sforzo delle potenze esterne e quello della resistenza interna. L'eccesso di quelle annuncia la sua debolezza; il predominare di questa è l'indice della sua forza
L'angelo sterminatore
Il deserto si allarga
Mentre l'angelo sterminatore tende a far morire tutto quel che è vivente, gas, petrolio, inquinamenti titanici, elefantiasi della globalizzazione, minacciosi quanto spaventosi inquina le falde terrene per entrare per nostra volontà nel corpo delle generazioni future. Il vile atto di chi ha il senso innato del diabolico. Guardate il lavoro dell'intelligenza, il travaglio della ragione: salvo qualche apparenza e poche eccezioni, è ormai rotto lavoro e travaglio per far crescere e accelerare la morte.
Il deserto si allarga e l'allargarsi del deserto è uno stretto luogo dove l'uomo sempre più incapace di pensare la vita, si nasconde per darsi la morte. Guardate le stesse ricerche sul cancro. Non sono anticancro che per chi non vuole pensare, e per chi accetta la spennellata di morte che insita nei luoghi comuni dei “come stai”? Quando sai che hai un cancro e altro di debolezze?
Non c’è nulla in quegli immensi apparati tecnologici ed elettronici, in quelle colossali statistiche, in quelle schedature frenetiche, in quelle sperimentazioni su sventurati animali, nulla dico che abbia la faccia della vita. Sono sforzi di beccamorti che s'ignorano. C'è una predestinazione quando si prendono vie errate e qualcosa impedisce che s’imbocchi la giusta, una predestinazione alla bancarotta del vivente. Questa bancarotta non è muta, anzi assume in tutto la forma di un grido, di un'immagine Geschrei dell'onda sonora ben più vasta e prolungata di quella sonnambulicamente trascritto da Edvard  Munch, che se fosse percepito ci sarebbe insopportabile e ci costringerebbe a "fare qualcosa" per placarlo.
Le stelle inacessibili
Senza percepirlo    arrivo a conoscerlo, come gli astrofisici arrivano alla conoscenza esatta di presenze stellari inaccessibili per mezzo del calcolo e posso assicurare che non ci sono limiti al suo strazio, più forte di un milione di Ecube e di Racheli, ma mi è impossibile rendermi credibile dal momento che parlo dalla riva di un sistema di pensiero assassinato. Credo di poter dire che lo stato della terra sia attualmente molto peggiore di quello che viene descritto dalla scienza dominante più pessimistica, perché il grido, l'incessante lamento di Munch che non può essere percepito delle forme viventi visibili e non visibili, non è oggetto misurabile, perché interiore e senza canali di comunicazione nervosa esterna, come succede che di certi esseri che ci passano accanto non udiamo nulla, neppure un sospiro, eppure gridano a volte con la forza di mille agonie. 
Enigma cancro
È un sos     come il mondo dei segnali a distanza, non ne ha mai conosciuti. Se un Dio all'improvviso ci bucasse gli orecchi, cesseremmo di occuparci d'altro, di nazionalismi o di Etruschi, di carriere dei figli o di mafia, di scacchi e Carmelo Bene e anche di cancro. Solo allora avremmo la percezione di realtà e di forze, di sofferenze e di sciagure, di rimedi dell'irrimediabile e di dicibilità dell'indicibile in cui ci sarebbe una nicchia illuminata, e in questa nicchia, in una luce pallida, lo spirito del cancro riscatterebbe, con qualche parola sommessa ma udibile, tanta cieca solitudine, tanta disperazione davanti agli enigmi da lui piantati all'interno dei corpi, in figura di cellule irriducibili e di degenerazioni organiche interne la cui origine vera è altrove, neppure spazialmente altrove, ma nell'esterno dell'interno là dove i limiti fisici del corpo si perdono nell'illimitatezza cosmica della mente. Alla malattia infettiva e contagiosa per impiantarsi è sufficiente la debolezza fisica a causa di una fragilità immunodepressa, il cancro invece è attratto soprattutto dal sovraccarico di attività psichica, dal dinamismo mentale dissennato, dagli sconvolgimenti dell'anima all'esasperazione mentale.
La dolce "agonia"

E’ questa la cifra totale della sofferenza che ognuno di noi porta in grembo, alcuni riescono a gestirla, altri no. Qui entrano in azione le cliniche della "dolce morte" (mai come in questo caso la parola dolce è stata usata a sproposito) pronte a venirti in aiuto ammazzandoti. Infilare una flebo con cobalto 12 e plutonio concentrato nelle vene di una persona disperata non ci vuole molto, sai quanta gente trovi che lo farebbe, perché è questo il terribile fatto, quanta gente farebbe il serial killer dal camice bianco. Ormai alle follie dell'uomo e della donna sono abituato, c'ho fatto quasi il callo, meno alle sue consistenze. Voglio dire che l'inquietudine sta più nella quantità di persone dedite a devianze mostruose, non tanto le devianze mostruose, per quanto orribili, ma il livello espansionale.
La      goccia nel pane
Pensare al cancro. Appropriarselo come pensiero per respingerlo come paura. Chi pensa opera, non stramazza di passività. Ma un pensiero schiavo dei dati e depurato di qualsiasi relazione col mistero, che mai ci sarà rivelato, del mondo, è un pensiero inoperante, un pensiero morto e che fa morire. Uno straordinario amico Veneto e che il cancro mi sottrasse giusto un paio di un paio d’anni fa, del quale incessantemente rimpiango la lucidità tranquilla anche a malattia inoltrata, la grande cortesia e sollecitudine fino all’estremo anelito mentale, avrebbe immediatamente compreso e condiviso questo mio ragionare del cancro universale che per molti, i più, non sarà così, c’è altro a cui pensare, ora. Sia dunque dedicato a tutti. Sia dedicato anche a tanti volti cari che là, nelle penombre, nelle stanze visitate, non raggiungibili da altri conforti, patiscono e tremano per sé e per altri. Getto il tuo pane sull’acqua e dopo molti giorni lo ritroverai per sfamarti. Acqua e pane. La vita. "Come una goccia di splendore", di Alvaro Mutis, poeta colombiano morto pochi mesi fa che consiglio.

Ma che fatica scrivere 'sto post!





mercoledì 27 novembre 2013

Facebook, incontro di solitudini

Mark Zuckerberg, ideatore di FB
FB: lo spazio
vuoto
sempre pieno


di Franco Bifo Berardi e Matteo Tassinari
Facebook è l’incontro di milioni di solitudini. Il posto più solo al mondo. Come gli Ipermercati, trovi di tutto e di tutti, in un ingorgo di persone, vociare e tanta gente assieme tutta sconosciuta. Dove si trova di preciso? Nessuno potrebbe rispondere a questa domanda, perché Facebook non esiste, semmai esistiamo noi che lo rendiamo vivo, regalando milioni di dati e informazioni private e parecchi dollari al giovane talento Mark Elliot Zuckerberg. Le regole che governano questo territorio affollatissimo e desertico sono misteriose e indiscutibili.
Ricordo che, forse mille anni fa, perché il tempo di Facebook è così rapido che si dilata infinitamente nella memoria, c'era un sito che si chiamava "tutti debbono sapere." Era una pagina dedicata alla resistenza contro la riforma Gelmini che in un'era passata si proponeva la distruzione della scuola italiana. Impresa brillantemente condotta a termine.
Diecimila persone erano collegate a quella pagina: insegnanti, genitori, studenti. A un certo punto quella pagina scomparve, cancellata senza motivazioni senza spiegazioni. Per violazione di qualche norma di un regolamento che nessuno conosce. Facebook è così. Come le luci di Las Vegas, in mezzo alla città del vizio, del gioco d'azzardo, del brivido, tra la California del sud e l'Arizona, una delle parti più belle degli State's per le sue panoramiche e colori, sei pure legittimato a sperare nella botta di culo. Su Facebook a cosa sei autorizzato a fare? Ad una terribile riduzione o livellamento verso il fondo del barile dell'espressione fotografica, letterale, poetica e, scusate se è poco, manomissioni della propria privacy.
Quei famosi 15 minuti
Quando morirà Facebook (e accadrà, nell'infinito del tempo vuoto che ci attende), sarà comunque troppo tardi. Non a caso la frase più ascoltata durante l’ultima estate vacanziera "Ci scambiamo l'amicizia", è il sintomo dell’ansia collettiva di strappare brandelli al quotidiano e immortalarli nella galleria dell’immaginario condiviso, nel tentativo di avvicinarsi inesorabilmente ai famosi 15 minuti di gloria di warholiana memoria, un modo per mettersi in vetrina, la stessa logica, in dimensioni ridotte, del Grande Fratello. Stessa logica se vogliamo.
Ma ad un certo punto
è bene svegliarsi dal torpore e dormire un bel sonno. Difficile è narrare qualcosa che valga la pena di leggere e non imporre testi improponibili ringraziando chi invece ci regala i suoi silenzi. Ellissi, iperboli, parole gergali, calembour, vita mangiata negli orari sbagliati, fumo e catrame, tutto vuoto pneumatico per “I nuovi poeti del Web”.
Bukowski era contrario a FB
Pensare che Bukowski scriveva i suoi versi dietro gli scontrini fiscali che gli rilasciavano alla mensa dei poveri dove mangiava. Poeti non ci s’inventa, Poeti on the web, né si nasce. Lo si diventa. Questo tu chiedi? Non aspettarti alcuna risposta. Sei su Facebook, quindi accettale tutte, una ti piacerà certamente e sarai contento, convinto d’essere riuscito nella tua piccola operazione per te così rivoluzionaria. Come al mercato della frutta. Capita di ricevere sempre più spesso messaggi (spesso comicamente disperati) di persone che sono state bannate dal social network e annaspano perché la loro socialità si alimentava sempre più degli scambi di messaggi e della continua consultazione del sito nel quale chi è solo può trovare la coccolante conferma della sua esistenza e la sensazione vaga di avere amici, anche se più tempo passi davanti allo schermo, meno amici avrai nella carne e nello sguardo. Una bomba psichica a tempo destinata a distruggere ogni empatia tra esseri umani, ogni capacità reale e oggettiva di scambio reciproco delle proprie idee e desideri, cercando l'anonimato come metodo aggregativo per non donarsi, la chimica che scatta come quando ci si guarda negli occhi. E' ormai un'ovvietà che la gente segua quel che fa il gregge, sempre senza tanto riflettere, confermando il motore immobile di tanti successi commerciali. Nel mondo reale come in quello virtuale. 
Cultore multitask
erotico reazionario
Non stiamo parlando unicamente di giovanissimi smanettoni, come vorrebbe il luogo comune, ma anche di signore e signori di mezza età che trovano nell’esercizio quotidiano del cambio di “status” un’efficace maniera per lanciare messaggi subliminali in occasionali, quanto impegnative, derive penosamente sentimentali. Facebook sta trasformando tranquille casalinghe e placidi ragionieri in scatenati cultori del multitask erotico, mai ci fu più malandrino attentatore alla serenità della coppia, ma solo perché quello che si faceva di nascosto oggi è sotto il controllo di tutti. Anche il biondino Bill Gates s’è distanziato da Facebook. Ogni giorno, circa 10mila sconosciuti, volevano diventare suoi "amici". Un pò tantini i tontini. E' come se in un bar qualcuno volesse stringervi la mano ogni 10 secondi. Oppure come se la vostra donna volesse ogni 7 minuti 5mila bacini sulla guancia. Diventa stressante, dura anche fisicamente, seppur animati dai migliori intendimenti ardimentosi.
Fino a mattino presto, sbiellati
Consorzio umano
 XL


Un Moloch al Silicio,
un consorzio umano virtuale extralarge ed eterogeneo che esige o richiede un sacrificio assai costoso di cui ora non ci rendiamo conto. Facebook non aggrega affatto, come non forma soggetti critici ma plasma a se stessa l’interlocutore, privandolo della sua creatività, illudendolo proprio laddove viene fottuto, ossia gli fanno pensare di "creare" attraverso Fb.
                                                   Quanti
     Che       Guevara 
ho visto solo perché postavano un'immagine pro-Castro sull'embargo a Cuba? O quanti aforismi deficienti sono passati impunemente assieme ai milioni di emoticons e faccette. Uno specchio rotto, che offre un’immagine frammentata in mille punti e sbriciolata in ogni consistenza oggettiva del reale. Arriva un momento dove ci si accorge che lo strumento è diventato improvvisamente inutile o invadente, come quando cresci e capisci che se vuoi andare al campo a giocare con i più grandi, non puoi più portarti dietro l’orsetto di peluche.
Ti cercano e ci cascherai. Parrebbe inevitabile,
essendo tutto gratis, come l'essere poeta e scrittori poeta pazzo


Sottovalutati
i lati oscuri di FB
L’amore come l'amicizia e la fratellanza, sono desideri primordiali degli esseri umani o, per usare un’espressione di Jung, una realtà archetipica. Poiché ricorriamo alle storie per dare un significato e struttura agli eventi, è nelle nostre storie d’amore e di amicizia che cogliamo una rilevanza unica. La sincronicità di coloro che amiamo, dunque, non risiede nel soltanto nelle incredibili circostanze in cui si sono formate le nostre storie d’amore, ma nel significato interiore che vediamo e viviamo in queste storie della nostra esistenza. 
Pagando 5mila euro diventi poeta,
grazie alle case editrici che hanno
fiutato l'affaire. Tornerò sull'argomento!
Poeti on the web
"E' come se la tecnologia
stesse riprogrammando le nostre menti", ha scritto sul New York Times Nora Volkow, esperta mondiale del sistema nervoso centrale disturbato da effetti compulsivi di persone che passano le notti intere Per questo motivo, Facebook è spesso una trappola, soprattutto per i milioni di persone al di sotto dei ventanni. dal di sotto dei ventenni. Ed è bene dircelo, prendere coscienza di questo, perché è un ibrido che poi viene in grande parte venduto agli inserzionisti pubblicitari spinti dalla smania dei consumatori a rivelarsi e svelarsi, cedendo informazioni private, quindi, cedendo altro potere alle aziende inserzioniste. Perché quelle stesse referenze possono essere usate in tanti modi, anche per negare un lavoro o una copertura sanitaria. Facebook è così.
“tanto è un gioco”

Anche i governi e le multinazionali, usano i socialmedia per aggregare dati sui cittadini e chi naviga, con le maglie larghissime perché “tanto è un gioco”. Gli rendiamo la vita molto più facile, raccontando se ho problemi alla Prostata oppure al setto nasale. Emerge così, la parte più infantile di noi, quella che esige attenzione e ci fa dire cose stupide ma importanti per carpire gusti o tendenze, facendoci dimenticare che a volte è meglio stare zitti e sembrare stupidi che parlare e fugare ogni dubbio, chiosava il solito Oscar Wilde, che negli aforismi era tosto, ma che palle che quel suo presenzialismo, molto più esposto rispetto a quello del collega americano e più recente Truman Capote.
Jaron Lanier a destra, intervistato da Harry Kreisler su "Cultura tecnologica"

Lanier su Fb:


"informazione alienata"
Siamo ad un punto dell'avvilimento sociale tramite social media che ci facciamo paura da soli, che ci rompiamo quel briciolo di vera e sana amicizia che una volta c'era.
Jaron Lanier ha pubblicato “You are not a gadget”, che costituisce per quel che ne sappiamo la migliore critica del Web 2.0 e particolarmente del social network che ha attratto più di mezzo miliardo di utenti. “La funzione di questo modello non è, scrive Lanier, rendere la vita più facile per la gente. Lanier parte dalla premessa che l’informazione è esperienza alienata. L’esperienza reale è il solo processo che può disalienare l’informazione”. Cosa c’entra in tutto questo Facebook? C’entra eccome! Perché Fb è la forma più compiuta di un totalitarismo algoritmico di cui Lanier parla così: “Con la formazione del Web 2.0, si è verificata una forma di riduzionismo. La singolarità viene eliminata da questo processo che riduce a poltiglia il pensiero.

"Ebbene sì, io li accuso!"

Lanier, basandosi sui suoi studi, sostiene che: "Le pagine individuali che apparivano nella prima fase di Internet negli anni ’90, avevano il sapore della persona che le faceva. Se una chiesa o un governo facessero una cosa del genere lo denunceremmo come autoritario, ma se i colpevoli sono i tecnologi, allora sembra che tutto sia  alla moda, inventivo e cool”. Per finire, Lanier si chiede: “Sto forse accusando centinaia di milioni di utenti dei siti di social network di accettare una riduzione di sé per poter usare dei servizi? Ebbene sì, li accuso. Conosco una quantità di persone, soprattutto giovani ma non solo che sono orgogliosi di dire che hanno accumulato migliaia di amici in Facebook. Ovviamente questa affermazione si può fare solo se si accetta una riduzione dell’idea di amicizia”. Preoccuperebbe per la prossima generazione che cresce con una tecnologia di rete che esalta un’aggregazione formattata e che non saranno forse più inclini in futuro a soccombere alle dinamiche della vita. Cioè l'esatto contrario del processo informatico imboccato da queste trappole di nuova generazione. Fermo restando che parliamo di Facebook, tutto il resto non c'interessa in questo caso. E non siamo certo noi a fare di tutta un'erba un fascio.
Un ectoplasma urbano aleggia sugli agglomerati

      "Mi preoccupa la

prossima generazione"
Il problema è: fino a che punto questa riduzione potrà arrivare? "Se si tratta di persone che hanno ormai un’esperienza psichica ed esistenziale, probabilmente Facebook finirà per essere solo una enorme perdita di tempo e una trappola come è successo per le diecimila persone che hanno affidato a Facebook la loro azione politica e comunicativa. Ma se l’utente ha otto anni o dodici, allora io credo che la questione sia molto più pericolosa. E’ preoccupante, per la prossima generazione che cresce con una tecnologia di rete che esalta un’aggregazione formattata e fittizia. Non saranno forse più inclini a soccombere alle dinamiche di sciame?”.
Non esiste utente FB con figli, che non l'abbia esposto a riprese nel profilo
Facebook?

una trappola!
Queste parole non le ha scritte un umanista nostalgico, né un rabbioso sovversivo luddista, tanto meno uno smanettone di Palo Alto, ma un ingegnere informatico che ha immaginato la rete molto prima che Internet esistesse, noto per aver reso popolare la locuzione virtual reality, realtà virtuale, di cui è peraltro considerato un pioniere. Per questo dovremmo ascoltarle e rifletterne il messaggio, perché la nostra socialità, attraverso la rete ed esca dalla rete e invada la vita, che altrimenti non ha più amicizia, né piacere, né senso. Nella speranza che non tutto si plastifichi, a cominciare dai sentimenti primari. 

giovedì 21 novembre 2013

D'Alema: mi odino pure, purché mi temano

Più Astio che Odio
Massimo    D'Alema, è uomo famoso per il suo acredine e livore, ma non le faremmo mai il torto di mettere in secondo piano il suo astio e l'odio che la nutrono giorno e notte, è uomo certamente tenace. D'Alema è diventato tutto in politica, senza aver ottenuto nulla, eccetto clamorosi fiaschi politici e d'immagine. Un eterno vincente di serie B in fase retrocedente. Ha sempre spezzato e disprezzato tutto ciò che d'interessante (assai poco) stava per prender forma a sinistra. Un Dio che non sia anche il Dio degli altri non è un Dio, è un idolo. Ma la saggezza non sta nel distruggere gli idoli, ma nel non crearne. Gli idoli sono come uno spauracchio in un campo di cocomeri. Non sanno parlare, bisogna portarli, perché non camminano, è faticoso! Non temeteli, perché non fanno alcun male, come non è loro potere fare il bene. In fondo l'errore è anche nostro, di uomini e donne che cercando sempre Iddio, trovano sempre un idolo.
di William Shakespeare
 e Matteo Tassinari 


Le colpe che sai
"Così, spesso, accade a uomini singolari, per colpa d'un capriccio, di un neo della natura, per l'abbondanza d'un qualche loro umore, che recinti e difese della ragion travolga, o per un'abitudine di cui si faccian schiavi. A questi uomini, segnati dal marchio del difetto, accade, che l'altre loro virtù, se anche pure come la grazia, appaiano al giudizio del mondo, guaste e corrotte, putride e naziste nei sentimenti. Questa è la tragedia dell'indifferenza umana e di Massimo D'Alema l'algido. Da quando l'anima mia, che mi è cara, fu padrona di scegliere e apprese a distinguere uomo da uomo, scelse te, e ti segnò nel suo sigillo.
Mangiato troppo? Alka Seltzer. Valido anche per i piduisti
Tutto sopportando,
nulla subendo
Tu,   Baffetto, perché tu sei stato sempre uno che tutto sopportando nulla ha subito, come serpente dalla coltre viscida e avvolgente e con pari anonimia accoglie i favori e gli schiaffi della fortuna passeggera. Un uomo dalle infinite qualità e nei quali istinti e raziocinio così ben commisti, mette in ombra anche la verità. La boria gli sbuffa in faccia e nel Pd nulla si muove se lui non vuole. Se i conti si potessero saldare da soli, con un nudo pugnale, caro D'Alema, le sarebbe tutto più semplice, con quella faccia da Mandilan. Lei sa se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo per disperdere chiunque.
L'ira biliosa
al fegato


  Negli anni ti trovo inacidito.
Come il vino che dopo un pò diventa aceto. Prima ti limitavi alla boria, all'arroganza, presunzione snobistica e te la tiraviiii, ma come te la tiravi, superbo, tronfio di te stesso come certi analfabeti capaci nella vita di sgretolare con la loro innata perversione verso le persone, quella malizia che sbrana, una malvagità senza pari per feroci rutti provenienti dalla pancia gonfia d'aria che fatica ad uscire.
Non partono arie creando costipazioni ideologiche oltre che fisiche, che quando scoppieranno l'Ilva di Taranto diverrà una fragranza di Cocò Chanel n.5 o un balsamo magico del presenzialista, furbo, del dottor Sandro Veronesi, oncologo di fama mondiale che non disdegnò di assaporare il gusto dell'ira biliosa del potere, ma lo ingurgitò come un assettato farebbe con una birra fresca, per poi vomitarlo per motivi sempre personali. E allora iniziò a menarla con la crociata sul fumo, come se questo servisse a qualcosa, come se chi fuma non sappia che aspirando un pacchetto di sigarette al giorno per 30 anni, tumore assicurato. Ma anche no.  
Specchio delle mie brame, chi è il più Cuperlo del reame?
  Sdipanato dal groviglio mortale
Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio dell'ingordigia, è soluzione da accogliere a mani giunte. Morire, dormire, sognare forse. Ma qui è l'ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale che ancora ci trattiene. E' la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti, malvagità dove l'esperienza umana è ridondante di arguzie, dagli operai alle parrucchiere, dai banchieri ai pensionati.
Onorevole D'Alema, le ricorda nulla questa lapide?
E mi dica, come s'addormenta la notte?


 Il peso di una vita stracca

Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell'uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i pugni e morsi in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri a vita, incapace di slanci veri, quando di mano propria potremmo saldare il proprio conto con due dita di lama di pugnale? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d'altri che non conosciamo?

L'inazione dell'azione

Così ci   fa vigliacca la coscienza. Così l'incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. Così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso e dell'azione perdono anche il nome. Così i mass media, col loro culto della celebrità e relativo contorno di fascino sensazionale, hanno fatto di D'Alema una modo, un feticcio, il totem della sinistra che tale non è più. La vanità, è la più ridicola e la più rovinosa di tutte le vanità. Dando corpo e sostanza ai sogni narcisistici di fama e gloria, incoraggiano l'uomo comune a identificarsi con gli idoli dello spettacolo e a odiare la "massa" troppo appiccicosa e moltiplicando le sue difficoltà ad accettare la banalità dell'esistenza quotidiana. Perché il potere non è solo quello che possiedi realmente, ma quello che i nemici pensano che tu, D'Alema, abbia. E lei lo sa che il potere non sazia, anzi è come una droga e richiede sempre dosi maggiori lasciando vuoti nello stomaco che straziano chi ne è assuefatto. In ogni caso, il suo grande privilegio, è vedere le catastrofi dalla terrazza, tutto le passa sotto. Mai scenderà fra noi, lei, D'Alema.
Urlato come si grida: "Al fuoco!".