Notti notturne

martedì 30 luglio 2013

Cellulari grondanti sangue

Coltan, l'oro nero, appena raccolto


Morte nel cellulare
Pensate a quante volte dei genitori per far felici e rendere più moderni i loro figli gli hanno regalato telefoni cellulari e video giochi di ultima generazione. Ma qualcuno si è mai fermato a pensare a quanto costa realmente quell’oggetto così normale oggi per noi? Non in termini di denaro, ma in termini di vite umane e distruzione. Uno dei componenti fondamentali di tutti i nostri telefoni, video camere, video giochi è un conduttore chiamato Coltan, ossido che si trova molto raramente e costosissimo, molto più dell'oro, come termini puri. I giacimenti più grossi si trovano in soprattutto in Congo, in cave dove si lavora in mezzo alla melma e impurità varie. La foto sotto parla più di cento milioni di mie parole.

All'origine della raccolta del Coltan


Cos'è il Coltan
Molti pensano che le guerre Africane siano la causa di conflitti tribali, poveri bagiggi. Si sbagliano gravemente, non è così, bagiggi. Quasi nessuno lo sa, ma questo minerale è la causa principale della guerra che dal 1998 ha ucciso più di 4quattro milioni di persone in Congo ed è oggi, uno dei componenti fondamentali dei nostri cellulari, un metallo più prezioso dei diamanti e anche più costoso. Il Coltan ha l’aspetto di sabbia nera e rappresenta un elemento fondamentale in video camere, telefonini e in tutti gli apparecchi Hi-tech (Playstation) serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuova generazione e rendono possibile un notevole risparmio energetico.
Bambino soldato (o cadavere vivente) custode delle miniere di Coltan

Guerra in Congo, per la Playstation
Recentemente è stato scoperto un nuovo giacimento di Coltan,  si comincerà a lavorare presto con le conseguenze che tutti possono prevedere, forse altre storie di ribellione degli Indios e morte. La risoluzione della guerra è sempre la pace, temo che in questo caso se nulla cambierà, la fine della guerra del Congo, si otterrà solo con la fine delle sue risorse minerarie, intanto guerra e distruzione si concentreranno in un altro meraviglioso posto di questa terra da distruggere. Il circo, semplicemente, cambierà città e la mattanza sarà sempre più disumana. "L'uomo che si abitua alle disgrazie altrui, è l'uomo più disgraziato al mondo" sosteneva Emil Cioran, filosofo e scrittore. 
Un mare di sangue senza saperlo. C'è chi fa collezione di cellulari
Avvenne in Italia
La gente impazziva per trovare nei negozi la Playstation Two, diventata introvabile, il motivo fu proprio la carenza del Coltan di cui si era fermata l’estrazione per i problemi legati alla guerra. I soldi che le multinazionali spendono per estrarre il Coltan come sempre non servono per alimentare la popolazione, costruire scuole o ospedali, tutt’altro, servono a finanziare la guerra, comprare armi, dar da mangiare ai bambini soldato, chiamati cadaveri viventi perché di solito non superano i 14 anni, i più fortunati, o forse i più disgraziati. Penso che quella non sia una vita da vivere, specialmente se si è bambini. Pochi sanno quali sono esattamente le società che comprano il Coltan, non è facile scoprirlo, perché ci sono decine di intermediari che passano dall’Europa, in particolare dal Belgio (si sospetta che anche l’ex compagnia aerea di bandiera belga la “Sabena” trasportasse illegalmente il minerale). Nel 1998 costava due dollari al kg, oggi ne costa cento, ma questo mercato è estremamente instabile, perché nel 2004 quando le richieste da parte dell’occidente erano tantissime portandolo al costo di seicento dollari al chilo. Con questi apparati fantasma, questi Palazzi di vetro, nulla cambierà, la fine della guerra del Congo, si otterrà solo con la fine delle sue risorse minerarie, mentre guerra e distruzione si concentreranno in un altro meraviglioso posto della terra da distruggere.


Effetti collaterali telefonici
L’ottanta per cento del Coltan in circolazione si trova solo in Congo, alcune delle più grosse multinazionali sfruttano queste miniere ed i congolesi che vengono pagati duecento dollari al mese (la paga di un normale lavoratore in Congo è di dieci dollari al mese). Questo scatena una vera e propria corsa alle miniere da parte dei guerriglieri che se ne vorrebbero impadronire, non solo dal Congo ma anche dalla vicina Uganda e Ruanda. Ma come è facile prevedere estrarre questo prezioso minerale ha i suoi effetti indesiderati, solo per i minatori ovviamente. Il Coltan contiene una parte di uranio, quindi è radioattivo, provoca tumori e impotenza sessuale, viene estratto dai minatori a mani nude.
Villaggio in Congo di raccoglitori di Coltan


Cave di pietra tombale
Le miniere di Coltan hanno l’aspetto di grandi cave di pietra, il minerale si ottiene spaccando la roccia; spesso i guerriglieri del Rdc (Rassemblement Congolaise pour la Democrazie) si divertono a terrorizzare i civili ed i minatori uccidendoli nelle miniere,tanto che racconta un ragazzo i lavoratori hanno dovuto scavare delle buche in cui ripararsi ogni volta che arrivano i ribelli. Qualche anno fa in Italia la gente impazziva per trovare nei negozi la Playstation 2, diventata introvabile, il motivo fu proprio la carenza del Coltan di cui si era fermata l’estrazione per i problemi legati alla guerra.
Sonia, Nokia, Ericson
GENOCIDIO
I soldi che le multinazionali spendono per estrarre il Coltan come sempre non servono per alimentare la popolazione, costruire scuole o ospedali, tutt’altro, servono a finanziare la guerra, comprare Armi, dar da mangiare ai soldati e alimentare in quei Paesi "sottosviluppati" dove in natura si trova il Coltan, uno stato di guerriglia continuo, con conseguenti e drammatici eventi di massacri e distruzione di ogni tribù o etnia. E' l'ennesimo genocidio di cui si conosce il mercato e che va di pari passo con il traffico di droga, armi, diamanti e pietre preziose. Mentre di molti genocidi non si saprà mai neppure del loro accadimento. 
Chi compra il Coltan?
Pochi sanno quali sono esattamente le società che comprano il Coltan, non è facile scoprirlo, perché ci sono decine di intermediari che passano dall’Europa, in particolare dal Belgio (si sospetta che anche l’ex compagnia aerea di bandiera belga la “Sabena” trasportasse illegalmente il minerale). Ma i principali fautori di questo che sta diventando un genocidio sono Nokia, Eriksson e Sony, non basta ma sotto c’è anche un mercato nero del Coltan che viene rubato dai guerriglieri e poi rivenduto attraverso altri mediatori ugandesi, ruandesi, spesso anche europei ed americani. L'hanno definito l'ultimo spargimento di sangue, perché è di recente che si è venuti al corrente di questo ennesimo commercio illegale. Ed è particolarmente inquietante vedere come come il nostro benessere vado di pari passo a malessere dei Paesi possidenti di queste materie prime fondamentali per i commerci dove la vita è migliore a scapito di queste tremebonde mattanze dove alte svettano i machete o bassi i Kalashnikov sputano proiettili. Non si hanno cifre precise riguardo il traffico di Coltan, proprio perché ora la domanda è altissima e la possibilità di risposta è sempre più difficile, in quanto e miniere stanno per finire per l'uso indiscriminato della preziosa materia chimica naturale.     
Una guerra sovvenzionata e voluta dalle multinazionali
Ardiamo d'inconsapevolezza
Il prezzo del Coltan varia, a seconda della percentuale di Tantalite presente. Nel 1998 il Coltan costava due dollari al kg. Oggi ne costa cento. Ma questo mercato è estremamente instabile, perché nel 2004, quando la richieste da parte dell’occidente erano tantissime, arrivò a costare seicento dollari al kg. L’ottanta per cento del Coltan in circolazione si trova solo in Congo, alcune delle più grosse multinazionali sfruttano queste miniere ed i congolesi che vengono pagati duecento dollari al mese (la paga di un normale lavoratore in Congo è di dieci dollari al mese). Questo scatena una vera e propria corsa alle miniere da parte dei guerriglieri che se ne vorrebbero impadronire, non solo dal Congo ma anche dalla vicina Uganda e Rwuanda. Ma come è facile prevedere estrarre questo prezioso minerale ha i suoi effetti indesiderati, solo per i minatori ovviamente. Il Coltan contiene una parte di uranio, quindi è radioattivo, provoca tumori e impotenza sessuale, viene estratto dai minatori a mani nude. Le miniere di Coltan hanno l’aspetto di grandi cave di pietra, il minerale si ottiene spaccando la roccia. Spesso i guerriglieri del Rdc, si divertono a terrorizzare i civili ed i minatori uccidendoli nelle miniere. Non ho finali di maniera pronti. So solo che aveva una ragione terrificante il poeta genovese Riccardo Mannerini, quando sosteneva che "ardiamo d'inconsapevolezza".
Cava di Coltan in Sudan

venerdì 19 luglio 2013

Andreotti la sfinge

Santo
o mafioso?
Non essendo il sottoscritto una persona che pensa che dei morti bisogna comunque e in ogni caso parlarne sempre bene, ho scritto quanto segue sull'ex senatore a vita Andreotti
:::::::::::::::::::::::::::::::

         di Matteo Tassinari
La lettera di Moro ad Andreotti
durante il sequestro delle BR
Uno statista di livello, oppure un politico a dir poco, spregiudicatamente cinico?
Ai molti addetti ai potenti motori della pubblica cancellazione storica (revisionisti), coloro che hanno il compito di eclissare, abradere ogni evento storico, personaggi influenti che hanno il preciso compito di rimuovere le parti più oscure, amici della penombra, nemici giurati della verità, a questa gente andrebbero ricordate le righe che Aldo Moro, dalla prigionìa delle BR nel '78, scrisse di suo pugno all'onorevole Andreotti il quale disse che Aldo Moro aveva scritto quella lettera sotto la minaccia dei brigatisti e perciò era inattendibile.
Eccolo, pronto a uscire dallo schermo per ucciderti
 “Tornando poi a lei - scrive Moro - onorevole Andreotti, per nostra disgrazia e per disgrazia del Paese, non è mia intenzione rievocare la sua grigia e obliqua carriera. Non è questa una colpa. Si può essere grigi e obliqui, ma onesti. Grigi e obliqui, ma buoni. Grigi e obliqui, ma pieni di fervore. Ebbene, onorevole Andreotti, è proprio questo che le manca.
Lei ha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da lei, sia politicamente, ma più di tutto umanamente. Le manca proprio il fervore umano onorevole Andreotti, quella scintilla d’umanità. Le manca quell’insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità, che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un po’ più, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia”.
       "Avervi
        perduto              prima"
Se la condanna per il Divo Giulio non arriva dalla Terra, giunge spietata dall’aldilà nella lettera che Moro scrisse durante il suo sequestro. Parole chiaramente contro Andreotti, parole durissime: Andreotti è restato indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria. Se quella era la legge, anche se l'umanità poteva giocare a mio favore, anche se qualche vecchio detenuto provato dal carcere sarebbe potuto andare all'estero, rendendosi inoffensivo, doveva mandare avanti il suo disegno reazionario, non deludere i comunisti, non deludere i tedeschi e chi sa quant'altro ancora. È restato indifferente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria. Ho un immenso piacere di avervi perduti”.  Concluse per sempre Aldo Moro.
             Il capitolo
       su Moro
"Se è notte si farà giorno"
continua con toni di chi sa in che mani è finito, e non mi riferisco tanto alle Br, ma a chi Moro ha ripetutamente scritto sull'uomo più enigmatico che questo Paese abbia mai conosciuto, la scatola nera del Paese, come molti l'hanno ripetutamente definito. Scatola, più nera di quella di Cossiga e forse sarebbe meglio parlarne al plurale, cioè di Scatole oscure. "Il potere logora chi non ce l'ha", per decenni avete sorriso quando il Divo pontificava su questo suo schifoso e ambiguo specie di aforisma. Ma fate bene attenzione, perché nulla è più chiaro di come si possa essere malvagi passando per persone spiritose e dalla battuta pronta, ma sempre con quella postura di rassegnata umiltà che nasconde le mille "meraviglie". Un altro aforisma di sua invenzione, anch'esso criptico e inquietante, fu: "La cattiveria dei buoni è pericolosissima". Cosa vuol dire? Onorevole Andreotti, cosa voleva dire? Che senso ha questa frase dalle mille interpretazioni e tanto macchiavellismo? Tutte equivoche, elusive, infide in quanto concentrate a sollevare il sospetto. Qui l'altra sua truce: "Chi pensa male fa peccato, ma spesso ci prende", nulla di più impreciso e nebbioso, doppio e confuso, cupo e velato. Mi viene da dire che lei, onorevole Andreotti, ha sparso molta zizzania col suo dominio e la sua regia che non logora, semmai tonifica e la sua morte a 94 anni sembra beffardamente dimostrarlo. Ma è tardi ormai. Lei ha incantato l'Italia per 50 anni con queste battutine che le sono servite a depistare il significato della sua reale natura. Che non oso dire pubblicamente. Sa, mi leggono anche bambini e non voglio affatto spaventarli.

"On. Andreotti, lei è privo di limpidità"
(Aldo Moro)
Giulio Andreotti è stato il vero, e mai risolto, mistero della prima Repubblica. Un personaggio inquietante e indecifrabile, l'incrocio accuratamente dosato d'un mandarino cinese e d'un cardinale settecentesco. Ha tessuto per quarant'anni, infaticabilmente, una complicatissima ragnatela servendosi di tutti i materiali disponibili, dai più nobili ai più scadenti e sordidi. Quest'uomo, così discusso, esercitò una grandissima influenza, non dette mai ordini alla luce del sole, "senza lasciar tracce" secondo Moro. In questo, però, Moro si sbagliava: molte tracce ci ha lasciato Andreotti e anche molte impronte digitali.

Michele Sindona, sodale di Andreotti
Fondi neri
Andranno, prima o poi, ricontate le richieste di autorizzazioni a procedere che fino agli anni Novanta caddero inderogabilmente nel vuoto parlamentare, sempre lui stagliandosi sui fondali neri dei massimi scandali della Prima Repubblica. Dai Fondi Neri dell’Italcasse, alle tangenti per gli aerei della Lockheed, passando per le sue perigliose amicizie alla Luigi Bisignani o Licio Gelli, il banchiere Michele Sindona ai cugini Salvo, gli esattori siciliani, dalla Cia a Ciancimino. E quel Salvo Lima, ucciso sparato sul marciapiede di Mondello a Palermo una minacciosa mattina del '92. Poi il processo per mafia, la mezza condanna e la mezza assoluzione. Proprio come si addice agli uomini che hanno in sorte la parte grigia del potere, la ragion di stato, l'obbedienza al proprio narcisismo e l'ambizione tentacolare del potere, la droga più potente esistente al mondo. E nessun rimorso.
L'avvocato di Andreotti Giulia Bongiorno
      "Una                    persona       speciale"
Suggeriva, consigliava, complottava, incoraggiava, proteggeva. Aveva una memoria tenace e feroce, una zona segreta della mente nella quale annotava gli sgarbi ricevuti e i favori resi, i nemici e gli amici, alla faccia dell'avvocato Bongiorno che, parole sue, l'ha definito: "una persona speciale". Vorrei chiedere cosa ne pensa la moglie dell'avvocato Giorgio Ambrosoli ucciso da amici intimi di Andreotti e per il quale spese queste parole che pubblicai su questo blog due anni fa: http://mattax-mattax.blogspot.it/2012/12/giorgio-ambrosoli.html. Gli occhi a mandorla che sembravano due fessure attraverso le quali entrava tutto ciò che doveva entrare senza che ne uscisse nulla, non un moto d'ira o di gioia, non un risentimento percepibile di odio o riconoscenza. Labbra sottili come lame, la testa incassata tra le spalle ingobbite, quel colorito giallognolo, quell'immagine fisica di fragilità non disgiunta da una certa eleganza e quel modo di dimostrarsi sempre all'altezza della situazione, lo rendevano impermeabile a qualsiasi giudizio per incapacità di capire le sue reazioni. Più che il Divo, lo avrei chiamato Alighiero Noschese.
 Rapporti con Cosa Nostra
Per finire al cosiddetto “Golpe Bianco”, dove Giulio Andreotti destituì Vito Miceli, direttore del Servizio Informazioni Difesa e decine di generali. Ma si scoprì che le registrazioni consegnate dal Divo alla magistratura non erano intere, ma parziali. Non era la versione integrale, ma quella manomessa. Vi erano infatti i nomi di molti politici e militari, per cui Andreotti stesso dichiarò che ritenne di dover tagliare quelle parti per non renderle pubbliche e coprire persone a lui vicine, definendole, tali informazioni, "inessenziali per il processo in corso" e, anzi, avrebbero potuto risultare "inutilmente nocive" per i personaggi citati. Nelle parti cancellate vi era il nome di Giovanni Torrisi.
Licio Gelli

CHE compagnia!
Ma anche riferimenti a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che si doveva occupare del rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Un atto che solo una mente criminale può pensare. Infine si fecero rivelazioni circa un "patto" stretto con alcuni esponenti mafiosi, secondo cui alcuni sicari avrebbero ucciso il capo della polizia Vicari. L'esistenza di tale patto è stata confermata da vari pentiti di mafia, tra cui Tommaso Buscetta. E il Divo? Come rispondeva a queste accuse? "A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente tutto", cioè con la solita battutina che chiudeva il capitolo, aveva tante, troppe cose aveva ancora da svolgere, nostro malgrado.
Dalla prigionia le lettere di Moro ad Andreotti, documenti eccezionali
L'obliqua carriera

Leonardo Messina ha confermato di aver sentito dire che Andreotti era "punciutu", ossia un uomo d'onore con giuramento rituale. Baldassare Di Maggio raccontò di un bacio tra Andreotti e Totò Riina. Giovanni Brusca affermò: “Per quel che riguarda gli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici, io credo che non sarebbe stato possibile eseguirli senza scatenare una reazione dello Stato se non ci fosse stato il benestare di Andreotti. Durante la guerra di mafia c'erano morti tutti i giorni. Nino Salvo mi incaricò di dire a Totò Riina che Andreotti ci invitava a stare calmi, a non fare troppi morti, altrimenti sarebbe stato costretto ad intervenire con leggi speciali. Chiarisco, una volta per tutte, che in Cosa Nostra c'era la consapevolezza di poter contare su un personaggio come Andreotti”. Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d'accordo.
Il volto della sfinge
Andreotti è stato sottoposto a giudizio a Palermo per associazione per delinquere, la sentenza di appello, stabilì che Andreotti aveva "commesso" il "reato di partecipazione all'associazione per delinquere" (Cosa Nostra), "concretamente ravvisabile", reato però "estinto per prescrizione", il bosco procedurale delle canaglie nell'azione del potere politico, dove ogni dignità è persa ancora prima d'essere considerata. Per i fatti successivi, Andreotti è stato invece assolto. Perché i mafiosi sono intelligentissimi, gli manca solo la parola, e per riparare a questo gap ci sono persone che spesso sono in bilico il bene e il male. Perché incentrare la strategia di contrasto della criminalità mafiosa esclusivamente sul terreno tecnico investigativo, e non anche su quello politico culturale, è alla lunga inesorabilmente perdente. Parole sorde, mute, senza significato.
"Autentica disponibilità verso Cosa nostra"
L'obiter dictum (parte di una sentenza che non "fa diritto" in un processo) della sentenza della Corte di Appello di Palermo, parla di: "Un'autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino al 1980". Interrogato dalla procura di Palermo, il capo della polizia del capoluogo siciliano dichiarò di aver assistito ad un incontro tra lo stesso Andreotti e quello che solo dopo sarà identificato come il super boss Andrea Manciaracina, all'epoca uomo di fiducia di Totò Riina.
Era grande l'amicizia fra CL e Andtreotti
Lo stesso Andreotti ammise in aula l'incontro con Manciaracina, spiegando che il colloquio ebbe a che fare con problemi relativi alla legislazione sulla pesca. Una palla un pò più credibile, non c'era? Il "bello", che poi è il brutto, è che queste cose le diceo anche 20 anni fa, quando il Divo si allungava sulle platee di Cl al Meeting di Rimini che organizzano tutti gli anni, per carità, un momento anche bello per la cultura, ma quanti interessi ragazzi dietro questa macchina diventata un bancomat! Torniamo a noi.
Manomissioni, documenti trafugati
La sentenza di primo grado definì "inverosimile la ricostruzione dell'episodio offerta dall'imputato". Pur confermando che Andreotti incontrò uomini appartenenti a Cosa Nostra, il tribunale stabilì che mancava "qualsiasi elemento che consentisse di ricostruire il contenuto del colloquio". La versione fornita dall'onorevole Andreotti, secondo il tribunale, potrebbe essere dovuta "al suo intento di non offuscare la propria immagine pubblica ammettendo di avere incontrato un soggetto strettamente collegato alla criminalità organizzata e di avere conferito con lui in modo assolutamente riservato". Sia l'accusa sia la difesa presentarono ricorso in Cassazione, l'una contro la parte assolutiva e l'altra per cercare di ottenere la piena assoluzione.
I rapporti con Sindona e Gelli

 La Corte 
di Perugia
ed il Tribunale di Palermo, hanno sentenziato: “Andreotti aveva rapporti di antica data con molte delle persone che a vario titolo si erano interessate della vicenda del banchiere della Banca Privata Italiana ed esponente della loggia massonica P2 Michele Sindona, oltre che con lo stesso Sindona”. Tali rapporti si intensificarono al momento del crac finanziario delle banche di Sindona. Licio Gelli, capo della loggia P2, propose un piano per salvare la Banca Privata Italiana all'allora Ministro della Difesa Andreotti.
Quest'ultimo, incaricò informalmente il senatore Gaetano Stammati (affiliato alla loggia P2) e il coatto Franco Evangelisti. Solo dopo il falso rapimento di Sindona, la sua estradizione e conseguente arresto per bancarotta fraudolenta e per l'omicidio del liquidatore della Banca Privata Italiana Giorgio Ambrosoli, Andreotti se ne distanziò pubblicamente. Su Ambrosoli, Andreotti ha in seguito dichiarato: “è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando”, per poi precisare: "intendevo fare riferimento ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto". Troppo tardi senatore, troppo tardi. Le parole dette non sono caramelle e con queste poche parole in "romanesco" (come dice va lei) la dicono lunga sulla sua linea di condotta politica, umana.

E’ un pozzo senza fine
la vita di Giulio Andreotti, un labirinto dove la verità ha sempre due facce se non tre o anche quattro, un dedalo di misteri e questioni irrisolte, lasciate a metà, anzi volutamente lasciate a metà. Perché la precisione in certi ambienti non è gradita, troppo precisa, e questo è uno di quei casi. La mafia ormai sta nelle maggiori città  italiane dove ha fato grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. A me interessa conoscere questa "accumulazione primitiva" del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancor di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere.
"Parlate della mafia. Parlatene, radio, televisione, giornali. Però parlatene!".
Paolo Borsellino

E nessun rimorso
E come ogni anno arriva agosto e Rimini viene presa d'assalto dal popolo di Cielle: "Io - disse Andreotti - non manco mai a due appuntamenti nella mia vita. Al raduno degli Alpini e il Meeting, momento dove ritrovo me stesso e conforto". 
Intanto...
al      Meeting di CL,
 l'osannavano
Così ogni    estate, quest’uomo si faceva il suo bagno di folla e ovazioni a tutti i Meeting di CL a Rimini, dove era amato dai ragazzi del Movimento cattolico. Di pari passo, non poteva mancare del resto, ormai conosciamo il tipo, non perde occasioni per dire cose che dopo un nano secondo le ha già dimenticate, Silvio Berlusconi che sproloquia a suo modo qualcosa: "Con la morte di Giulio Andreotti, scompare un protagonista politico e un uomo di governo che ha fatto la storia d’Italia, dalla ricostruzione postbellica in poi. Leader tra i più autorevoli della Democrazia cristiana – continua Berlusconi – ha saputo difendere la democrazia e la libertà in Italia in anni difficili, sia in quelli della contrapposizione tra cattolici moderati e comunisti, sia in quelli in cui la Dc diede un contributo decisivo, di vite umane e di valori, per la sconfitta del terrorismo brigatista".
Su di un fatto però Berlusconi ha ragione, con la morte del Divo Giulio scompare un 50ennio di politica italiana, sperando di non doverne scontare altrettanti in futuro. Sarebbe un malaugurato augurio. Ora spero che quella sedia, con quella strana conca al centro vorrei che rimanesse così, affinché rimanga solo un ricordo che la Storia giudicherà certamente meglio di me. Il vero problema è che abbiamo oggi una mafia più civile e una società più mafiosa. Una mafia sempre più in giacca e cravatta e una società che cambiandosi abito troppe volte al giorno sceglie il travestimento, perché lo Stato c'è, esiste e si è insinuato come un cancro nella mafia.
La sedia di Andreotti ed i segni riportati nella sedia

lunedì 24 giugno 2013

Guccini, l'ultima thule

L'ultima Thule

Songwriter schietto e graffiante. Autore di testi dall'indiscusso valore letterario che gli è valso il Premio Montale, Francesco Guccini è uno dei capisaldi della canzone d'autore italiana. Il suo canzoniere ha mantenuto una ferrea coerenza antagonista lungo quarant'anni di storia, spaziando da riflessioni autobiografiche a invettive politiche. Un mondo di versi e di suoni, in cui, tra un bicchiere di vino, un incontro e un eskimo logoro ci si ritrova a viaggiare su e giù tra la via Emilia e il West con la fantasia giusta e del vino

La Storia passa anche per una "Locomotiva che
viaggiava che sembrava cosa viva"


Ritratto di 

un

cantastorie

         di Matteo Tassinari
Si vive smarrendo tutto, gioie e dolori, come fosse merce che non c'appartenesse, ma alla fine si ritrova tutto, la chiusura dei giochi ci ricorda tutto quello che ci siamo dimenticati, anche nell'arco di pochi secondi può accadere tutto ciò. In una canzone, in un libro, in un racconto, in un fumetto, in una novella orale, in una scopata, in una tenerezza clemente, in un amore montanaro che recita Dante all'impronta, non tutto, ma una buona parte. Guccini ha il dono innato del racconta storie, dell’illustratore a voce (grande dono fatto a pochi) che non ti stancheresti mai ad ascoltarlo, sia per l’ironia che per l’intelligenza acuta e contadina. Un narratore di prim'ordine, come fosse un mestiere lui parlava di tutto accompagnato dalla forza che il buon vino rosso dalle 23 fino alle 5 del mattino nelle casinare osterie di Bologna.

    Il Maestrone
E’ proprio affidabile
il Maestrone, cresciuto a castagne ed erba spagna, vacca di un cane! Di certe favole e peripezie, se hai avuto il beneficio e la casualità di conoscerle, sai a memoria l’inizio, la fine e cosa c’è in mezzo, ma che può variare a seconda dell’umore, del morale e della quantità di vino. Ma ogni volta è come la prima, come per le traversie dei nonni che s'aiutano con la zanetta di collina. Perché il piacere nel captare o ascoltare, nella coloritura della lingua, nelle esagerazioni, negli umori della voce, nel continuo e superbo adattarsi e interarsi alle repliche o reazioni di chi ascolta, nel suo dire sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi, un grande scenario immaginario, un affresco titanico di speranze, aspirazioni, prospettive di ottimi musicisti misti a ciabattari che non riuscivano a prendere un Fa diesis. Nato nell'ormai divenuta famosa Pavàna, un paesino di 800 abitanti ai piedi dell’Appennino, tagliata dal fiume Limentra: “Il suono dell’acqua del Limentra è diverso da qualsiasi altro agglomerato d’acqua esistente al mondo”. Si sa dove inizia, ma non dove finisce e intanto non succede mai niente di preciso. Ci si gratta e si parla bevendo Lambrusco e giocando a marafone, gioco a carte diffuso in Emilia Romagna.
Pavàna come Macondo
Per Guccini, Pavàna, è ciò che Macondo è stato per Gabriel Garcia Marquez in “Cent’anni di solitudine”


:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
E poi via Paolo Fabbri, con la sua strada placida e alberata, le case rosso mattone e la stazione vicino a ricordarci un’altra Locomotiva. La trattoria da Vito, dove era fisso anche Lucio Dalla, Claudio Lolli e musicisti vari dall’equipe 84 ai Nomadi, sempre uguale, posto rassicurante, come il bowling per “Il grande Lebowski” dei Coen. Mentre fuori a porta san Vitale scoppia il mondo, da Vito potevi tranquillamente tirare tardi fino al mattino, tutto tra una scopa, una puttanata e due quartini. Per il momento. Negli anni ’70, Guccini è sinonimo di protesta. I giovani cantano insieme a lui perché sentono il vigore d’esserci in quel momento, perché l’importante, qualche volta, è proprio l’esserci, il non farsi sempre raccontare o leggere, ma anche cantare in 10mila insieme "La locomotiva" in un palazzetto dello sport, con un ritmo serrato che ti fa provare l'emozione di quel macchinista ferroviere, tal anarchico Pietro Rigosi, 28 anni, sposato e padre di due bambine di tre anni e dieci mesi. Poco prima delle 5 pomeridiane del 20 luglio 1893 Rigosi che s'impadronì di una locomotiva sganciata da un treno merci nei pressi della stazione di Poggio Renatico e si diresse alla velocità di 50 km/h, che per quei tempi era una velocità notevole verso la stazione di Bologna schiantandosi con un treno pieno di signori, quella volta decise Pietro Rigosi cosa fare di loro.
In  una notte
Per la cronaca, il personale tecnico della stazione deviò la corsa della locomotiva su un binario morto, dove si schiantò contro sei carri merci in sosta. L'impatto fu tremendo ma l'uomo fortunatamente sbalzò via durante l'urto e sopravvisse nonostante il violentissimo impatto. Gli venne amputata una gamba e rimase sfigurato in viso. Dopo due mesi venne dimesso dall'ospedale ed esonerato dal servizio in ferrovia per motivi di salute. Più di otto minuti di canzone e parole che rapiscono l'attenzione e la voglia di partecipare a quel canto liberatorio del senso di giustizia proletaria. Guccini, La locomotiva, la lasciava sempre come ultima canzone della Track-list (scaletta) proprio per quel potere arcaico e taumaturgico che riesce a trasmettere al pubblico questo brano che lo stesso autore scrisse in una nottata, di getto, praticamente in un'ora. 
A     suon

di rima    baciata
Da Vito partivano
gare in ottava rima, poesie a braccio, contro Umberto Eco e Roberto Benigni: “Eco era imbattibile, ovviamente. Ma io me la cavicchiavo, lo mettevo in difficoltà. Benigni finiva che la buttava quasi sempre sul volgare e sul mimico, e su questo era imbattibile”. La sinistra è anche Vito, l’osteria a due passi da via Paolo Fabbri 43, fuori porta San Vitale, quartiere Cirenaica, un tempo culla di Guccini.
E Gregory Corso    poetava
Una notte, ricorda Guccini, entrò Stefano Bonaga trafelatissimo, per dire di un incendio e corremmo. Il caso volle che con noi ci fosse anche il poeta della Beat Generation Gregory Corso che beveva con noi. Di fronte a tutto quel fuoco, si mise a declamare versi innanzi a fiamme alte dieci piani, in preda a uno dei suoi momenti di follia alcolica, lo allontanai dal fuoco. Bologna, i ricordi sono un oceano. I portici. Volti che cambiano. Amici che prendono altri sentieri e le vacche a Pavana che muggiscono perché devono fare comunque sempre il latte. Alla fine, non mi poteva andare meglio se penso a come mi sono tuffato nella mia vita.

Lucio? Un flipper
“Se Lucio mi manca? Non ci frequentavamo da tempo e comunque era sempre Vito il posto dove potesse uscire qualcosa. Memorabile una sera: io, lui e Vecchioni che cantiamo Porta Romana. Credo che Lucio sperimentasse e volesse continuare a sperimentare strade nuove. Era così, un personaggio multiforme e imprevedibile. Forse il più imprevedibile”. Sono tante le parole che potrebbero indicizzare il maestrone. Anarchico, panteista, per nulla ostico e molto agnostico. Cantore del dubbio, convinto che fare domande sia meglio che azzardare risposte perché interrogarsi presuppone ricerca, e a rispondere si rischia l’arroganza. Fumatore di gesto, non di respiro, le sue sigarette sono sempre fumate fino a metà, mai intere. L’accenderle è più un’abitudine più che il risultato di una dipendenza di nicotina. Un autentico astrologo al contrario: “Cantare il tempo andato è il mio tema”. I suoi personaggi non sempre conoscono la benedizione del lieto fine ma si tengono stretti la consolazione della memoria, quella che fa caldo quando improvvisamente intorno a te s’è fatto il gelo. Lo chiamano il cantautore con l’Eskimo (ma lui l’Eskimo l’avrà indossato si e no 10 volte in tutta la sua vita, si è limitato d’inserirlo in una canzone e da allora…).

"Il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere"


Custodire i     ricordi,
carezzare le    età
Alcuni gli lamentano il fatto di portarsi sempre sul palco non un fiasco di vino, lui detesta il fiasco. Vi sfido a trovare una foto dove Francesco tracanna sangiovese da un fiasco. Sono sempre bottiglie e lui ci tiene a rimarcare questo fatto. Il vino lo si beve dal vetro non impagliato. No al fiasco, si alla bocia. Poi c'è chi lo rimproverava di portare in scena il ’68 e la vecchia cultura di sinistra solo perché veste, tutt'ora, sempre con Clark’s, jeans, maglione e camicia. Tra tutti questi sciocchi luoghi comuni (per la verità ormai quasi disabitati) uno solo è veramente molesto e ingrato, quello che lo accusa di scrivere da trentanni la stessa canzone. Una cattiveria come tante, come quando Keith Richards disse di essersi tirato un grammo di cocaina mista alle ceneri di suo padre morto 15 anni fa, per poi smentire tutto dopo una settimana. La cornacchia dei Rolling non è battuto da nessuno in quanto Dark-Noir-Style.
Ai     poeti
del     Web
Tornando a Guccini, sarebbe sufficiente ascoltare i suoi dischi con attenzione, per rendersi conto che come fiumi carsici fanno spazio a mille tranelli come i vecchi trumeau. Sono dischi a doppio fondo, a doppia memoria e in certi casi a doppio senso con lo stesso fraseggio, pur riconoscendo l’ispirazione musicale primaria, la ballata alla Dylan, Song Route 66, l'America. Fra la via Emila e il West. Si tratta, del resto, d’inesattezze ampiamente compensate dall’amore di chi lo segue da anni e ne apprezza la coerenza, oltre che la bravura. Dopo De André, ho sempre posto Guccini, Conte e Capossela allo stesso livello, tutti secondi. D’innegabile per chiunque c’è la sua straordinaria abilità nel farsi burattinaio di parole, tanto in canzone quanto in prosa. Non è un poeta, per sua stessa ammissione, nonostante gli sia stato assegnato il Premio Montale (e scusate se è poco, poeti del Web!).
Scherza.
Con doveroso rispetto, anche della sua casuae omonimia con l'attuale Papa, definendolo un personaggio che ci riserverà dolci sorprese. "Quando ho sentito la piazza che gridava 'Francesco, Francesco' mi sono detto: Mi sembra di averlo già sentito, sebbene in misura minore. In realtà io lo sapevo già. Papa Francesco mi aveva telefonato prima del conclave, anticipandomi di volersi chiamare come me. Io ovviamente gli ho detto che era una bella idea, ma di non dimenticarsi di quell'altro Francesco, quello d'Assisi, quello che si spogliò di tutto per vivere da povero". Non perde occasione per rendere il clima più surreale e ironico, lasciando comunque la sua traccia mai goffa o fuori luogo: "se devo sparare cazzate, piuttosto sto zitto". Che siano queste le sue medicine per invecchiare così alla grande? Della politica è rimasto sbalordito della violenza di Beppe Grillo definendolo troppo feroce, violento con i suoi eletti. Effettivamente, se non si fida neanche di loro, cosa fa politica a fare?
L'ultimo disco di Francesco Guccini, uscito il 27 novembre 2012


Vacca di un cane

Tecnicamente, si dice che    il pezzo di una canzone è riuscito quando rimane celibe se letto in assenza della musica e che una canzone è davvero tale quando il risultato è superiore alla somma di parole e musica. Anche sotto questo aspetto, appare chiara la parabola gucciniana tutt’altro che statica. Agli inizi con parole semplici e forti, gli ultimi tempi, con azzardate e riuscite allitterazioni: “Perché fra i libri schiacciare rose di risa paghe e piene delle spose”, versi coraggiosi, “E una notte lasciasti portarti via” e atmosfere struggenti: “E correndo m’incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei”. Semmai, quel che incuriosisce è la variazione sul tema. Se ne La locomotiva ”aria” faceva rima con bomba proletaria “La bomba proletaria che illuminava l’aria”, in Non bisognerebbe “aria” bacia la “pista solitaria” ("come un cane che alza il muso e annusa l’aria, batti sempre la tua pista solitaria”). Diversa è la lingua letteraria. Se Gadda e Meneghello inserivano le voci dialettali in un contesto alto, Guccini opera in direzione opposta, spruzzando appena d’italiano il pastiche della lingua orale e regionale, densa di anacoluti e incongruenze, slang e invenzioni. Se di flusso si vuole parlare, non è joyciano, semmai è quello che Franco Bernini chiama flusso di magnetofono. Un parlato che oggi non esiste più.
                                  Il dizionario delle cose perse
Il Maestrone di   Pavana oggi ha 73 primavere sulle spalle e lui lo dice che iniziano a pesare annunciando il suo ritiro dalle scene e che non inciderà più canzoni. Il suo ultimo disco e le sue canzoni storiche gireranno in tour comunque attraverso Biondini, Tempera, Marangolo e Mingotti, gli ultimi musicisti con i quali s’è ritrovato a fine carriera. Hanno rifiutato invece Ellade Bandini e Roberto Manuzzi. La chitarra Guccini l’ha appesa al chiodo. Lasciata in un angolo della sua casa di Pavana dove ora vorrebbe restare a scrivere e leggere. Il cantante lavora alla seconda parte de “Il dizionario delle cose perdute” e con Loriano Machiavelli scriverà libri gialli.
Foto storica: Guccini e De André
I      ragazzi
della      Band
Un lungo
saluto alla musica che a fatica gli appassionati e i critici sono riusciti ad accettare, ma non tutti. “Ho tre chitarre appoggiate al muro”, così aveva cercato di spiegare Guccini nell’ultimo incontro alla storica osteria da Vito a Bologna, “Non le prendo mai in mano, vorrà dire qualcosa? Gli ultimi tempi mi veniva male anche ai polpastrelli, l'allenamento vuol dire, i calli col tempo se ne vanno dalle falange. Ma questo non significa che non faccia più nulla. Continuo a fare altre cose. Non penso mai durante il giorno alla musica, a comporre, a suonare la chitarra. Mai” a detto da Fazio poche sere fa. E l’addio alla musica lo fa con il cuore più leggero adesso che sa che ci saranno i “ragazzi” della vecchia band a suonare i testi di un’intera carriera pluri 40ennale. Anche se, come ha detto il mio amico Fernando, quando uno del peso e dell'altezza come Guccini, non solo fisicamente ma soprattutto musicalmente e culturalmente abbandona, rimane sul volto una segno velato di tristezza.