Notti Notturne

dedicato a Faber

Bobby Fischer, il più grande scacchista della nostra miserabile Storia che rifiutò il titolo di campione
del mondo di scacchi contro Boris Spasskij, disse nel 1978:
"Chi gode della mia stima ha il privilegio d'intuirlo subito"
Come dire: chi mi pesa le palle, lo capisce subito. Uguale per chi invece stimo, non ci mette molto a capirlo, glielo dico subito

sabato 13 agosto 2011

Ballata per Faber e per i beffati patinati del Rolling




Ballata per Faber

di Matteo Tassinari
Un giornale, senza riuscirvi, ha provato ad abradere, sbucciare lo scrigno più prezioso della musica italiana. Si chiama Rolling Stone, è ha sbrancato senza motivo oggettivo la vita privata di Fabrizio De André paragonandolo a Lucio Battisti. Paragone improponibile, per un giornale che dice di occuparsi di musica. Rolling Stone è una "passante" o un "chimico" o "Bocca di rosa" o una "Disamistade" o un “Anima salva”. Non sanno cosa scrivere, ma non vedono l'ora di scriverlo. Faber si sarebbe divertito. Solo per la vendita di 50mila copie in più non è accettabile infangare il poeta del '900 per questioni private e per di più alcune false. E' un gesto senza atto di amore e calma di vento. Non si passa senza colpo ferire. Ora, nelle ore infinite, vergognatevi. Su... forza! Chiedete scusa a tutti, vi saluto oltre a non comprarvi più.

Coltiviamo per tutti un rancore / che ha l'odore del sangue rappreso / ciò che allora chiamammo dolore / è un discorso sospeso. (Ballata degli impiccati, n.° 5)



Il suo ultimo disco s'intitolava "Anime Salve" e lui le conosceva perché anche lui lo era, in una "Smisurata preghiera" un salmo di invocazione, di imprecazione, di richieste d'aiuto delle minoranze. Fabrizio aveva un volto bellissimo, quello di una persona capace di vivere intensamente il dolore altrui. Sono passati dodici anni da quando lo piansi perché mia madre mi disse che al tg raccontavano la morte di Fabrizio. La vita mi aveva fatto il dono di intervistarlo e conoscerlo bene per tre volte (Forlì, Riccione e Rimini) e la beffa di essere invitato a casa sua e non esserci andato. Con Enrica, ebbe la disponibilità di chiederci se ci andava di passare una decina di giorni a Tempio Pausania in Sardegna dove viveva con Dori e i figli. A noi non parve vero e accettammo. Poi, per le solite ragioni di cui non si conosce la ragione, non ci andammo. Oggi il rammarico è davvero tanto che mi darei degli schiaffoni in piena faccia. Parlammo liberamente quella sera e l'intervista si trasformò in un bellissimo scambio di parole e opinioni, in quel post concerto notturno nel back-stage "dentro" la cagotica Riccione. Poi passarono alcuni mesi e nel silenzio Fabrizio era in ospedale ricoverato e pochissimi lo sapevano. Il linguaggio dei versi, delle rime, dei ritornelli, usando metriche inesplorate e immuni a tutto, lo rendevano "il" poeta non allineato ad alcuna trincea, facendo sua una capacità dissacrante e ironica capace di sbriciolare le manie borghesi della metà del '900. Un pò come Pasolini.


Il cristianesimo anarchico di Faber



Fabrizio stesso, più volte, disse: "Cristo è stato il più grande rivoluzionario della storia". Il senso di sconfitta che le parole esprimono, non basta ad arginare quello che è stato per pochi, un profondo conoscitore ed evocatore della storia del genere umano, nelle cui vene scorre il genio dell'intuizione più sottile. Con la sua morte ci ha lasciato uno spazio preciso, angusto e avaro. Un'assenza, un vuoto o idee di vivere diverse. Va da se' che il suo obiettivo diventano farisei, boia, sepolcri imbiancati, giudicatori membri di giurie false, pagliacci montati, cialtroni di sempre, parolai malandrini, buffoni di corte, infingardi di sorte, scene distorte e contorte.
"Creuza de mä", nata forse per accreditare e riscattare la storia del Mediterraneo e di tutte le "migranze" in esso avvenute e cresciuta con la elaborazione di lingue nuove e stili diversi, ne era la consacrazione stilistica e simbolica dell'essenza "andreana", laddove una "mulattiera di mare", "mandilan", "gente di Lugano, facce da tagliaborse, quelli che della spigola preferiscono l'ala" o "con i chiodi negli occhi finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere" era il mondo dei reietti dalla società della sua infanzia ma sempre rifiutata. Mai figure, sempre ombre, mai facce a cui chiedere dov'è che andate. Un’afflitta quanto triste visione di libertà avversa alle "leggi del branco", l'arroganza del potere mista all’alterigia della sovranità. La rabbia fa urlare ai destini ingrati. Il poeta Mario Luzi, scrisse che: "De André è il chansonnier. Un artista che si realizza proprio nell'intertestualità tra testo letterario e testo musicale". Back-frame-return. Era un lunedì e per un attimo il tempo, per un periodo imprecisato non ho avuto più pensieri, tutto si è arrestato su quella voce e su come scolpiva con le parole l'anima di chi le ascoltava. Un momento sfogato negli occhi, mi commosse fino al punto che da qualche parte mi sono detto: e adesso? Era una notizia che non pensavo neppure, poi sul fatto mi si aprì un valico di montagna brividi. A Tempio Pausania...


Un magnifico borghese



Nato ricco, da una famiglia nobile di Genova (suo padre era presidente e amministratore delegato dell'Eridania, considerata di destra all'epoca) e suo fratello Luigi De Andrè, un avvocato genovese tra i più famosi nel capoluogo ligure. Faber faceva parte di questa estrazione medio-borghese, passando però la vita intera a denunciarne le ipocrisie di quel vivere a lui troppo stretto e poco incline alla misericordia umana. Un magnifico e bel borghese che tradì le sue origini sociali per cantare in chiave trobadorica medievale di prostitute, disertori di guerra, amici fragili, barboni, indiani uccisi da un "generale di 20 anni con occhi turchini e giacca uguale e figlio del temporale". Un artista che ha sempre avuto la percezione netta che il mondo era ingiusto e ottuso. Lui scelse, fra il 1965 ed il 1970, di andare ad abitare nei carrugi a 25 anni dall’anarchico Riccardo Mannerini, dove iniziò la serie dei concept-disk con "Tutti morimmo a stento". L'estrema sinistra gli dava del qualunquista. Così con uno stile prima d’allora mai incluso o predetto, Faber tocca il suo vertice nell'alcolica "Amico fragile", allegoria di chi non ce la fa più e si lascia perdere nei suoi sogni solitari e gonfi di fumo. È in questo periodo (dal 1972 al 1979) che De André viene sottoposto a controlli da parte delle forze di polizia e dei servizi segreti italiani. In base a quanto ricostruito quando questa informazione è stata resa nota a metà anni '90, i controlli sarebbero stati effettuati dopo che un suo conoscente era stato indagato durante le prime inchieste sulla strage di piazza Fontana (allora ritenuta a torto dagli inquirenti di matrice rossa). Le parole di Faber facevano partire di testa anche i Servizi, pensate un po' un giornale? Il rumore della pioggia dal cielo delle sue parole, raccoglieva in allegri piccoli ritornelli in rima, evidenziando con ballate tutti gli "elementi del disastro", aggettivi tronchi, la crudeltà, la fame, il delirio, la sorda e meschina doppia-partita di uomini del cosiddetto Stato.
Brani costruiti su dittonghi, anafonesi in posizione tonica, secondo parametri ellenici e desinenze in cui le note musicanti diventano un escamotage tecnico per suggerire l'atmosfera dell'espresso: "Quello che non ho, è quel che non mi manca".


Detestava le maggioranze


La destra l'apostrofò come eversivo e libertino. Ma lui teneva fra le labbra dei fili d'erba che lo rendevano "molto più libero di voi".
De Andrè è il più poeta dei cantautori. Ma non solo quelli italiani, anche quelli americani come Bob Dylan o Leonard Coehn o Georges Brassens. Dov'è arrivato lui, gli altri non ci arriveranno mai, per ora. Nessun altro autore ha saputo cantare così civilmente l'odio per l'inciviltà del nostro tempo. Il cinismo e l'indifferenza che hanno invaso questo mondo non l’hanno mai risparmiato e lui non capiva quest’insensatezza che lo portava a vivere in una sua storia senza scegliere la vita. Detestava le maggioranze (come dargli torto) e le loro capacità di fagocitare i sentimenti per poi anestetizzarli. Amava la notte (come non capirlo) e in lei ci si perdeva lavorando, scrivendo, bevendo, fumando, lavorando, ridendo, scherzando, piangendo, sequestri, per poi svegliarsi alle tre del pomeriggio pensando a come siamo vincolati a questa vita.


La cognizione della ferocia dei vincitori...


Quelle poche volte che l’ho incontrato mi ha sempre impressionato come con le sue parole mi spiazzava, mi metteva in condizione di non riuscire a replicare ad ogni sua affermazione, mi lasciava interdetto e le parole, vi assicuro, che quando lavoravo non mi mancavano. Con Faber era sempre diverso. Per lavoro li ho passati quasi tutti: Gaber, Conte, Capossela, Guccini... nessuno come lui. Ti sentivi quasi fregato dalla sua ampia visione, per poi alla fine ammettere a te stesso la sua ragione, anche degli scogli umani più difficili da negoziare con sintassi, linguistica diacronica o glottologia, fonie cantate, epitesi, calembour e sostantivi allungati vocalmente. La verità umana è cangiante e lui ne leggeva i colori. E mi rendo conto ora di come sia limitata anche la parola nel dire il non detto per incapacità. E questa sua lucida cognizione della ferocia dei vincitori, piuttosto che ispirargli rabbia e impotenza accendeva la sua forza narrativa e dilatava la sua dolcezza, questione che tocca a pochissimi. Trovò la forza di cantare l'esperienza del sequestro vissuta con Dori, percependo la debolezza finale dei suoi sequestratori e perdonandoli. De André è morto l'11 gennaio 1999 all'Istituto dei Tumori di Milano, per questo m'è sembrato giusto ricordarlo a ferragosto. Lascia alla cultura parole, personaggi e suoni indelebili. "Ascolta la sua voce/ che ormai canta nel vento/ Dio di misericordia, vedrai, sarai contento". "Preghiera in gennaio" per coloro che hanno stimato con grande simpatia De Andre'. E ancora non basta? Faber vi avrebbe illuminato con un suo intercalare qualunque, sempre in direzione "ostinata e contraria".